Al
posto della cappella di S. Domenico volevano costruire una
conceria

Ma
un sacerdote contrastò il piano e fece iniziare i lavori della
nuova chiesa nell'aprile del 1900.
Da
cappella votiva a oratorio, fino alla realizzazione dell'attuale
chiesa: questa è l'evoluzione in due secoli di storia di San Domenico,
una delle sette chiese moderne di Legnano. Potremmo
dire: c'era una volta nella contrada del Mugiato, che si estendeva
lungo l'attuale corso Garibaldi, a lato della casa dei pittori
Lampugnani, una cappellina denominata Oratorio del Salvatore,
sorta come segno di devozione e riconoscenza, forse per grazia
ricevuta. Era stata fatta costruire infatti per un voto nel 1757
dai fratelli Pietro e Giacomo Oldrini, che abitavano in vicolo
Olonella, quindi a poca distanza dalla loro abitazione. La denominazione
di Contrada al Mugiato risale addirittura a cinque secoli
prima.
Nel 1257 una vasta proprietà terriera, per le esigenze personali
di valvassori, capitani milanesi, fu smembrata e fatta attraversare
da una roggia, nota poi col nome di Roggia Arcivescovile. Il "taglio"
aveva lasciato un mulino a levante e, dalla parte opposta, le
terre, per così dire, "mozzate". Dalla voce dialettale mucià
diventò Mugiate, dando così il nome di Contrada al Mugiato
a quello che sarà poi il rione San Domenico.
Ma torniamo alla cappellina, che restò tale fino al 1863, quando
per necessità di culto degli abitanti fu ampliata e ristrutturata,
divenendo
una vera e propria chiesina, che assunse la nuova denominazione
di Oratorio di San Domenico e dove vi si officiarono le messe
fino al 1895.
In quell'anno il cappellano don Emanuele Cattaneo si rese conto
che lo sviluppo del rione esigeva di edificare una vera e propria
chiesa. Don Cattaneo anzi affrettò la costruzione perché qualcuno
pensava di eliminare il vecchio oratorio per lasciar posto a una
conceria. Così iniziò una sottoscrizione tra le famiglie nobili
e i contradaioli del borgo e il 16 aprile 1900, quasi con un colpo
di mano a sorpresa, organizzò la cerimonia della posa della prima
pietra della futura chiesa, il cui progetto era stato affidato
nel frattempo all'architetto don Enrico Locatelli, lo stesso che
firmerà quattro anni dopo, sempre a Legnano, la chiesa dei Santi
Martiri.
In un primo tempo, per esigenze economiche, fu coperta con un
tetto piano provvisorio. Nel novembre 1904, la chiesa fu completata
e dotata della grandiosa cupola ottagonale, scandita da grandi
finestre bifore, disegnata dallo stesso progettista. Sulla cuspide
troneggia una statua del Redentore in rame dorato.
L'allora prevosto di San Magno monsignor Domenico Gianni sostenne
in grandissima parte le spese per l'edificazione della chiesa,
insieme ad alcuni benefattori legnanesi. Tra i primi il conte
Melzi d'Eril, poi gli industriali Antonio Bernocchi, i fratelli
Banfi, i Cantoni, la famiglia Tosi e altri benestanti che avevano
dimore nella zona.
Fu eretta in parrocchia con decreto del Cardinale Andrea Ferrari,
arcivescovo di Milano in data 3 gennaio 1907 e dallo stesso consacrata
un anno dopo, esattamente il 30 marzo 1908.
In un secondo tempo venne eretto il campanile, che svetta 40 metri
sopra la chiesa e conserva una grazia rinascimentale.
Il suo stile è diverso da quello della chiesa così come il rivestimento,
dal prevalente color roseo, si discosta dal resto della decorazione
del tempio. La torre restò, come si dice in altra parte, senza
campane
fino al 1924. Infatti lo stile voluto da don Locatelli è ispirato
all'architettura romano-bizantina, così come la primitiva facciata,
rimaneggiata poi nel 1925 in stile lombardo-romanico con elementi
di marmo travertino scandita da colonne e grandi statue dei simboli
degli Evangelisti, il leone (S. Marco), il bue (S.Matteo), l'angelo
(S. Luca) e l'aquila (S.Giovanni). L'attuale facciata fu disegnata
dall'arch. Pier Giulio Magistretti ed eseguita a totali spese
del senatore Antonio Bernocchi in adempimento del pio desiderio
della sua consone Camilla Bernocchi Nava e in memoria dei genitori
Rodolfo e Angela Bernocchi, come si legge nell'epigrafe di una
lapide posta a ricordo di questa generosità.
L'interno della chiesa fu impostato dal Locatelli a forma di classica
croce latina a tre navate con transetto più alto rispetto alle
navatelle dell'asse maggiore.
La predominanza della cupola e la composizione architettonica
interna fanno accentrare l'attenzione sul grande presbiterio,
che si staglia dietro l'altare in tarsia marmorea, disegnato dai
fratelli Mosè ed Elia Turri, ai quali si deve anche la decorazione
interna a stucchi e le dorature a zecchino con motivi geometrici.
Sull'altare domina il santo Crocifisso proveniente dalla chiesa
del convento dei frati oblati di Sant'Angelo che sorgeva nella
stessa contrada.
Notevoli i due maestosi pulpiti, sorretti da cariatidi scolpite
con altre figure da un artista alsaziano, le balaustre in marmo
e bronzo, le lampade bizantine e i candelabri pure in bronzo,
opere artistiche, queste ultime, del celebre Ludovico Pogliaghi.
Negli anni Settanta alcune strutture della chiesa risultarono
pericolanti, per cui dovette essere chiusa al culto per opere
di consolidamento che interessarono anche la volta.
Sforzi finanziari congiunti tra la parrocchia e la contrada del
palio di San Domenico valsero a pagare le opere così che alla
fine del decennio il tempio fu riaperto ai fedeli.
Le
sette campane di San Domenico
L'immagine
ritrae le sette campane della chiesa di San Domenico con un gruppo
di fabbricieri e benefattori nel giorno in cui vennero collaudate
(22 settembre 1924).
Si riconosce don Emanuele Cattaneo, Angelo Nasoni in veste di
collaudatore quale presidente della Commissione per la musica
sacra e i fratelli Ottolina, titolari della fonderia di Seregno,
alla quale era stato commissionato il concerto campanario a un
prezzo complessivo di circa 131 lire.
Il diametro della campana maggiore è di un metro e 68 centimetri
e il peso di 9580 chili.
Quattro giorni dopo erano già al loro posto sulla torre campanaria
a diffondere i rintocchi che ancor oggi scandiscono il tempo e
fanno da richiamo alle funzioni religiose per gli abitanti di
San Domenico.
Da
"La Martinella" n°2 - periodico della famiglia legnanese - autore:
Giorgio D'Ilario
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