MISS ABBIATEGRASSO, VENTIMILA LEGHE SOTTO IL NAVIGLIO
di
Ennio Flaiano
(Da: L'Europeo, 7 giugno 1964)
Un
accenno di Alberto Arbasino (Tempo Presente, numero di maggio)
alla compagnia legnanese di Felice Musazzi, ci porta al cinema
Alcione, immenso e grigio, per vedere all'opera questo "complesso
brechtiano-popolare" che da anni miete in Lombardia un successo
cosi inevitabile e familiare da essere accettato come un servizio
pubblico.
I componenti di questa compagnia sono tutti di Legnano, operai
e impiegati che hanno un lavoro regolare e la sera si ritrovano
in una loro rivista a puntate che ha per titolo Va la batèl.
Dalla
cortesia di uno spettatore poiché, oltre Arbasino, non mi
risulta che questo complesso abbia i suoi esegeti o storici,
vengo a sapere che l'autoreattoredirettore della compagnia
prepara ogni anno nuove avventure per i suoi personaggi e
che tra poco avremo un Va là batèl di notte, che cercheremo
di non perdere.
Questi personaggi di Musazzi, sempre gli stessi, portano sul
palcoscenico un loro mondo di miserie, di ambizioni, di intrighi,
di gelosie, un mondo popolare, comico per eccesso di verità,
una specie di ventimila leghe sotto il Naviglio, dove tutto,
una visita al teatro della Scala, una gita sul Lago Maggiore,
un matrimonio di campagna, persino una parodia della Madama
Butterfly, diventa pretesto di un'osservazione non pungente
nè satirica, ma disarmata e anche melanconica della realtà.
Siamo,
tanto per intenderci, su un piano preletterario, di semplice
caricatura, ma che esprime una visione naturale della vita.
La trovata, a tutta prima maliziosa, di questo complesso è
che le parti femminili sono svolte anche esse da uomini, ma
questa sarebbe una trovata da carnevale, una mascherata, se
i personaggi non esprimessero alla fine dei caratteri ben
precisi, di una civiltà non volgare, se questo travestimento
non risultasse una scorciatoia teatrale per arrivare ad un'autenticità
buffonesca e dimenticata.
Tutta
la vicenda di Va là batel s'impernia su di una famiglia incallita
nella filosofia della miseria, la famiglia Colombo, che abita
qualche parte della Bassa. C'è la signora Teresa, che da giovane
ha fatto le sue prove e ora sorveglia la figliola Mabilia,
disillusa playgirl di paese, che cambia parrucca ogni cinque
minuti, accetta la corte del suo principale e diventa infine
Miss Abbiategrasso.
C'è naturalmente il pater familias, il signor Giovanni, eternamente
sbronzo e inascoltato, c'è la cognata, ladruncola, c'è il
coro dei casigliani, come nelle vignette di Dubout, c'è la
grande antagonista, l'Enrichetta, la vicina di casa oscurata
da Mabilia, sempre in lotta per emergere, umiliata e offesa,
carica di amore non corrisposto per tutti, che soltanto nell'esaltazione
della solitudine trova la forza di credersi bella e desiderata.
Gettati
in uno spettacolo musicale tirato via senza pretese, questi
personaggi conservano la loro forza, fanno pensare a certi
ambienti di Testori, a certi caratteri di Franca Valeri, ma
è chiaro che essi si servono della realtà quotidiana, osservata
con la sfrenata allegria dei diseredati.
E ogni tanto il ricordo sale più in alto, fino a Carlo Porta,
alla miseria che entra finalmente nella letteratura europea,
già prima di Gogol. A raccontare le battute, gli stupori,
le situazioni in cui si caccia questa famiglia Colombo non
si finirebbe mai. Immaginatevi, per esempio, il ritorno a
casa in motocicletta della signora Teresa e di sua figlia
Mabilia, eletta "miss" poche ore prima.
Mabilia
è di già ripiombata nella sua frivola apatia, e che cosa ha
fatto la signora Teresa alla festa, mentre la figlia foileggiava?
Si scopre che ha raccolto i turaccioli delle bottiglie di
spumante, che in casa possono sempre servire.
Ora il ritorno è triste, la vita riprende la sua routine.
O immaginatevi le nozze di Mabilia, che si sposa senza amore,
forse perché "i suoi morti hanno aperto gli occhi" e hanno
deciso di sistemarla: che si ha un bel folleggiare ma un marito
ci vuole.
E immaginatevi infine la stupenda scena delle nozze, con quella
signora Teresa che "ha fatto il bagno" e con l'invidiosa e
trascurata Enrichetta che ha riempito il cortile di panni
stesi per declassarlo agli occhi degli invitati. Vogliamo
dire che dallo spettacolo si ricava insomma una commedia.
Ma
la buona fede dell'autore, il suo senso naturale e "attuale"
dello spettacolo hanno salvato dalle tristezze del teatro
dialettale questi personaggi mettendoli a puntate in una rivistona
sgangherata e stupefacente, che è proprio lo schema in cui
certe stravaganze, certi modi popolari possono oggi esprimersi
fuori del compiacimento letterario, seppure allo stato brado.