Il volto buono dell'imperatore Federico I secondo le interpretazioni
di storici ed estimatori
Le convinzioni e le passioni del momento
E'
molto facile d
ipingere a tinte fosche la
figura dell'imperatore Federico I, presentarlo come un sanguinario,
cingere le sue vicende con l'aureola della leggenda o interpretarne
l'operato secondo le passioni del momento. Più arduo vederlo
da un'altra angolatura nella penombra della storia, come l'uomo
la cui aspirazione suprema era quella di imitare re e imperatori,
divina favente clementia, obbedendo al loro esempio, servendo,
secondo il loro comandamento, il diritto della Chiesa, gli
interessi dello Stato e l'inviolabilità della legge (Dal Privilegio
di Aquisgrana, 1166), pur nella convinzione che la maestà
cesarea non gli aveva impedito, come uomo, di errare (Allocuzione
ad Alessandro III, a Venezia, 1177). Con questa premessa,
senza cedere totalmente alle lusinghe o agli osanna biografici
di Rudolph Wahl, né accettare passivamente la lezione carducciana,
rimane da scegliere tra i vari diplomi con i quali Federico
I concedeva o riconosceva regalie e privilegi a monasteri,
ospedali, città. Molti di loro sono stati riportati dagli
originali, conservati in vari archivi, da Pietro Puricelli
in Ambrosianae Mediolani basilicae ac monasterii hodie
cistercensis monumenta, nel 1645 e travasati in buona
parte nei due volumi di Urkunden Friedrichs I 1168-1180,
nel 1985; nonché ripresi da Ludovico Antonio Muratori in Antiquitates
Italicae Medii Aevi, IV, VI, nel 1742. Nel 1158 Federico
I confermò al monastero milanese dei Santi Dionisio e Aurelio
tutti i diritti e i beni che comprendevano poderi, mulini,
prati, boschi, pascoli. Nello stesso anno concesse il suo
patrocinio all'ospedale di Mantova. Analogamente, nel 1161,
riconobbe privilegi e diritti ai monaci pavesi del monastero
di San Salvatore; inoltre confermò ed accrebbe i benefici
al vescovo della chiesa di Reggio. Un anno dopo estese il
privilegio della protezione al convento di Civate e al devotissimo
e fedelissimo abate Algiso nonché ai monaci, in maniera tale
che lo sapessero tutti quanti i fedeli dell'impero, sparsi
per l'Italia, presenti e futuri: Cognoscant universi fideles
Imperii, per Italiam constituti. Nessuna città o persona,
nessun Milanese avrebbe potuto imporre gravame di alcun genere
sul monastero stesso, salvo pagare un'ammenda di L. 50 oro,
metà al fisco imperiale, metà all'abate.
Regalie e privilegi elargiti
Tra
i diplomi emessi dopo la battaglia del 1176 a Legnano, piace
ricordare quello del 1177, con il quale confermò all'abbazia
di Pomposa tutti suoi possedimenti e quello del 26 maggio
1179. Con quest'ultimo, Federico I, Dei gratia Romanorum
imperator, considerata l'ingiuria recata dagli uomini
di Antizago (oggi Inzago), che si rifugiarono in Biriziaco
(oggi Bellinzago), per non sottostare alla dignità dell'abate
di S. Ambrogio, riconobbe a quest'ultimo le rivendicazioni
da lui avanzate con pieno diritto, in modo che non risultasse
detestabile ricorrere al suo patrocinio e presidio, ferma
restando la giurisdizione sempre vantata da Federico su Milano.
Senz'altro più importante il diploma relativo al trattato
di Reggio dell'11 febbraio 1185, con il caratteristico monogramma
di Federico, che venne in Italia alla fine di gennaio dell'anno
citato e ricevette un'ambasceria delle città lombarde a Piacenza.
Da qui si recò a Parma, ove fu raggiunto da quattro consoli
milanesi e altri sei nobili cittadini. Costoro, fatti salvi
gli onori decretati agli imperatori incoronati a Milano o
a Monza, chiesero di essere reintegrati nella giurisdizione
di tutto il tratto fino all'Adda. Federico accertata la fedeltà,
la devozione mostratagli dai "diletti e fedeli cittadini Milanesi",
fidandosi della loro sincerità, concesse loro tutte le regalie
godute dall'impero nei contadi del Seprio, della Martesana,
della Burgaria, di Lecco, di Stazzona, fatta eccezione per
i feudi e le regalie concesse alla Chiesa. Inoltre l'imperatore
assicurò ai Milanesi parecchi castella tra Adda e Oglio, già
goduti in passato, sui quali esercitare giurisdizione e fodri,
cioè diritti di esigere dalla popolazione biade o foraggi
o vettovaglie per l'approvvigionamento dell'esercito. Con
altro diploma del maggio 1185, Federico I riconobbe tutte
le proprietà del monastero di S. Ambrogio, in materia di beni
mobili ed immobili, tra i quali le importanti "corti" di Limonta
e Campione, con relative chiese; il monastero di Aurona, già
donato dall'imperatrice Engelberga. Pertanto era lecito all'abate
e ai monaci fruire di detti beni per il sostentamento loro
e dei poveri: ad suam et pauperum sustentationem; e
nessuno poteva imporre alcun onere fiscale senza autorizzazione
imperiale.
Il
"buon Barbarossa" di Dante Alighieri
A
fronte di concessioni del genere, di un eloquente, sia pur
parzialissimo elenco, a prima vista potrebbe facilmente giustificarsi
la posizione assunta da Dante nel canto XVIII del Purgatorio,
dove tra gli accidiosi colloca l'abate del monastero di San
Zeno a Verona, quando era imperatore il "buon Barbarossa",
del quale Milano parlava ancora con accenti di dolore quasi,
a distanza, avvertisse le conseguenze della ferita che le
fu inferta allorché Federico I la distrusse nel 1162 e domò
la ribellione all'impero. Rimane da spiegare l'uso di "Barbarossa"
che Franco Cardini nel suo recente "Medioevo-Dossier" dice
essere stato usato quale soprannome oltraggioso dagli avversari
italici dell'imperatore. L'appellativo si giustificherebbe,
pensando al "topos" che insegnava a diffidare delle gente
di "pelo rosso". Lo comprovano il detto legnanese: Russ russ
ul diàval al ta cugnuss e, se si vuole, la gratificazione
rivolta dal Monti al Foscolo: "Questi è il rosso di pel Foscolo
detto/ Si falso che falsò fino sè stesso". Cardini però non
dice chi per primo tra gli avversari italici abbia usato il
termine "Barbarossa". Inutile cercarlo nei Gesta Federici
I imperatoris, attribuito a Sire Raoul; negli Annales Placentini
di Giovanni Codagnello o nella lettera con la quale i Milanesi
annunciarono la vittoria ai Bolognesi. Chiara invece la citazione
di Federicum Barbarubeam fatta dal domenicano Galvano Fiamma
(1283-1344 ca.) nel Chronicon extravagans e nel Chronicon
maius. Da parte sua Eucardio Momigliano narra che Federico,
eletto imperatore, era "un giovane bellissimo dai capelli
fulvi e dai denti bianchissimi, che luccicavano fra la morbida
barba rossa color rame. Aveva nome Federico e i suoi compagni
lo chiamarono Barbarossa" o "Rotbarth", come troviamo nei
dizionari germanici. Ora non è dato sapere se Dante abbia
conosciuto le opere del Fiamma o invece abbia seguito una
tradizione in voga, di stampo germanico. Rimane da escludere
l'uso spregiativo che il poeta fiorentino abbia fatto di "Barbarossa",
che suonerebbe in contrasto con il "buon" connesso e potrebbe
essere avvalorato dalla denominazione di "Ghibellin fuggiasco"
che il Foscolo nei Sepolcri appioppò all'autore della Divina
Commedia. Ma uno schieramento partigiano di tale tipo è sconfessato
dal canto X dell'Inferno, là dove Farinata attacca il possibile
guelfo bianco Dante, i cui "maggiori" o antenati furono fieri
avversari dei Ghibellini. Resta da interpretare il "buon"
dantesco, cui molti esegeti hanno attribuito per lo più un
significato ironico, dal Berrassutti al Venturi. Altri commentatori
scolastici se la sbrigano con "valente, eccellente", "quia
fuit virtuosus, strenuus, largus triumphator"; anzi Pietro
di Dante scrive dell'imperatore: Fuit magnus in probitate,
a significare che fu grande nell'onestà. Se rivolgiamo l'attenzione
però alle opere di Dante, al termine "buon" si può dare una
connotazione più chiara. Infatti nei tentativi effettuati
dai Comuni e dalla stessa Lega Lombarda per acquistare autonomia
civile, l'Alighieri, fisso nelle sue idee sull'autorità imperiale,
vedeva un atto di ribellione all'inflessibile capo temporale,
un po' diverso dai degeneri regnanti dei suoi tempi (Purgatorio,
VI, vv. 97 e ss.). Quindi il poeta era convinto che nell'infliggere
una punizione a Milano ribelle, Federico I fosse nel giusto
e perciò "buono", poiché il vero benessere civile non poteva
che discendere dall'impero. Ogni tentativo di rompere la dipendenza
era considerato empietà, cecità liberticida, come osservava
il Poletto nel suo commento alla cantica dantesca. Posizione
del resto avvalorata dalle opere minori del Fiorentino. Nell'Epistola
quinta, indirizzata ai principi italiani, in occasione della
discesa di Enrico VII in Italia, alludendo apertamente alla
opposizione dei Lombardi al Barbarossa, scriveva (interpretando
dal latino): "O sangue dei Longobardi, rinunzia alla tua barbarie
indurita; e se rimane qualcosa del seme dei Troiani e dei
Latini, cedile il passo, perché quando arriverà l'aquila sublime,
calando come un fulmine, non veda cacciati i suoi aquilotti
e il nido della sua prole occupato dai corvi". Ancora, rivolto
ai Fiorentini (Epistola VI), Dante, accennando alla opposizione
di Parma a Federico II, li invitava a non imbaldanzire per
l'insperata fortuna dei Parmensi che, spinti dalla fame durante
l'assenza dell'imperatore, erano penetrati nel suo accampamento
e si erano impadroniti della "Vittoria". Conveniva pensare
ai fulmini del primo Federico, conveniva chiedere spiegazioni
a Milano. C'era il rischio che Enrico clementissimus si comportasse
come il "buon Barbarossa" a Milano. Il che non voleva significare
che il richiamo di Dante fosse una celebrazione di Federico
I, quanto la riaffermazione che la ribellione all'impero era
illegittima e giusta la repressione. Il Barbarossa, nemico
della libertà degli Italiani, "è mito che nascerà in tempo
romantico". Se poi il monarca svevo apparisse più grande di
quanto mostrato dalla tradizione, ciò servirebbe più ad accrescere
che a diminuire il merito di chi lo avversò.
da
"La Martinella" n° 5 - periodico della famiglia legnanese
- autore: Egidio Gianazza