Il carro mobile di Leonardo
autore prof. Augusto Marinoni Febbraio 1996 Nel 1928 l'ingegner Guido Semenza pubblicava un suo studio ("L'automobile di Leonardo", "Archivio di Storia della Scienza", IX 1928, pp. 96-103) in cui, superando ogni esitazione, identificava nel f. 296 v.a (ora 812) del Codice Atlantico un progetto di carro semovente o automobile. Con una analisi minuziosa dei disegni egli individuava la presenza di uno sterzo, specie di timone costituito da un'asta che congiunge una piccola ruota al bordo del carro facendolo piegare a destra o a sinistra; quindi studiava il complesso motore costituito da coppie di molle a balestra, primarie e secondarie, tese da aste dentate
e agenti su una coppia di ruote orizzontali dentate, ingranate l'una nell'altra. Queste formano uno dei particolari più sorprendenti del progetto, in quanto affrontano il problema che nelle moderne automobili è risolto dal differenziale. Quando il carro piega con uno stretto angolo, la ruota verticale che fa da perno e la corrispondente orizzontale restano ferme, mentre la motrice opposta avanza e la corrispondente dentata gira attorno alla sorella ferma. Il terzo punto di evidente
significato è dato dalla ruota motrice che riceve la spinta tramite una sua corona di pioli impegnati nei fuselli di un ingranaggio cilindrico, a lanterna. Restano ancora misteriosi per il Semenza alcuni particolari, non riuscendo a vedere chiaramente il collegamento tra ruote e molle. Tuttavia che si tratti di un'automobile è giustificato, secondo il Semenza, da elementi inconfutabili, quali il gioco delle molle
che forniscono l'energia alla ruota motrice, il differenziale e lo sterzo, pur ammettendo che il carro "avra' potuto avere una corsa di qualche decina di metri" soltanto. (In un poscritto il Semenza dichiara con soddisfazione di aver appreso che gia' nel 1905 anche Gerolamo Calvi aveva giudicato la macchina come un carro automotore.) Lo studio di questa macchina veniva ripreso poco dopo da Jotti da Badia Pòlesine in
uno scritto per nozze del 1930, ristampato più tardi ("Leonardo e l'automobile", Milano 1939, II edizione) che, confermate le affermazioni del Semenza, le completava rispondendo al quesito rimasto insoluto. Il collegamento tra ruote e molle, secondo lo Jotti, esiste e sta in un particolare sfuggito al Semenza, ossia nelle corde che si avvolgono su rocchetti scarsamente visibili nel disegno perch‚ limitati a due cerchi concentrici colle ruote orizzontali.
Quanto alle possibilita' di movimento, più fiducioso del Semenza si mostrava lo Jotti che non senza enfasi ricordava il caso dello Hautzch, noto nel 1649 come costruttore di carri che percorrevano duemila passi all'ora, e del Vaucanson, che nel 1748 fece evoluire davanti al re di Francia una carrozza a ruote d'orologeria. Nel 1939 Arturo Uccelli in "Raccolta Vinciana" XV-XVI 1935-39 ("Leonardo e
l'automobile", p. 191 e sgg.) riesaminava l'intera questione sottolineando la funzione delle due rotelline che servono ad evitare lo scaricamento fulmineo dell'energia accumulata nelle molle. Molto scettico si dichiarava invece circa le macchine dello Hautzch e del Vaucanson e riferiva i calcoli matematici dell'ingegner Mario Bonavia, secondo i quali per percorrere un chilometro di pianura il carro dovrebbe essere munito di ben 376 molle.
Percio', concludeva l'Uccelli, nonostante Hautzch e Vaucanson, "bisogna relegare il problema dell'automobile a molle nel mondo dei giocattoli da cui esso e' pervenuto".Torna all'indice Continua
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