Unione Italiana Ciechi di Legnano
ONLUS
Storia di Legnano
L'insurrezione armata e il Secondo Dopoguerra
Il contributo della Divisione Legnano alla lotta di Liberazione
Il 25 luglio fu festeggiato dagli Italiani come la fine di un incubo. A Legnano, Carlo Venegoni, attivo patriota antifascista, liberato dall'internamento vigilato in sanatorio per malattia contratta in carcere, dopo una condanna per attività politiche, ricostituì, con Ezio Gasparini ed altri suoi compagni, la Camera del Lavoro. Anche nelle maggiori fabbriche della città si formarono nuovamente le commissioni interne, soppresse dal fascismo. La dichiarazione di Badoglio: La guerra continua, restiamo fedeli all'alleanza con i tedeschi ebbe un senso preciso per i lavoratori delle fabbriche dell'Altomilanese, trasformate per la produzione bellica e per commesse militari. Le industrie del Nord da quel momento in poi avrebbero dovuto offrire al Terzo Reich i prodotti utili per proseguire una guerra che si sperava conclusa. E così in realtà avvenne fino alla Liberazione. Fu sintomatico che all'indomani dell'8 settembre, data dell'armistizio tra governo italiano e Alleati, già circolavano minacciose per Legnano le auto blinde tedesche. Alla Franco Tosi, in una grande assemblea, i lavoratori vennero invitati a partecipare alla lotta contro i nazisti, ormai considerati invasori. Lo stesso avvenne negli stabilimenti Cantoni, dove era stato allestito un reparto per la produzione di capi confezionati ad uso militare. Nel cotonificio di Legnano fu tenuto vivo, quasi clandestinamente, un piccolo settore della tagliatura di velluti, allo scopo di conservare maestranze specializzate, in vista del momento in cui si sarebbe potuta riprendere la lavorazione a guerra finita, un provvedimento questo che permise poi di rilanciare subito la produzione, vincendo la concorrenza giapponese negli scambi commerciali, nel quadro degli accordi di cooperazione con gli Stati Uniti.
Nel mese di ottobre si costituirono a Legnano e nei paesi vicini le prime squadre armate composte da operai, da studenti e da soldati, sbandati dopo l'8 settembre. Iniziò nelle fabbriche del Legnanese la resistenza passiva e il non collaborazionismo coi tedeschi, appunto per evitare che la produzione bellica venisse usata per proseguire una guerra non voluta.
Si formarono le brigate partigiane "Carroccio", d'ispirazione cattolica, e "Garibaldi" di estrazione socialcomunista, le brigate autonome, tra le quali la in Sicilia. Il regime fascista, già profondamente scosso dal malcontento popolare e dagli scioperi del marzo 1943, stava per crollare sotto il peso delle sconfitte militari e i gerarchi fascisti del Gran Consiglio, il 25 luglio 1943, diedero una mano alla monarchia per far arrestare Mussolini.
"Mazzini" di stampo repubblicano ed infine il "Fronte della Gioventù", ad opera di alcuni studenti universitari. Le "Carroccio" e "Garibaldi" agirono in appoggio alle formazioni partigiane dell'Alta Italia secondo le direttive del CLN, che nel Settentrione era affidato a Ferruccio Parri. Si organizzarono in clandestinità le prime SAP (squadre di azione proletaria) alla Franco Tosi, alla Metalmeccanica, alla Società Industrie Elettriche, alla Mario Pensotti, alla Manifattura di Legnano e alla Cantoni. Le SAP rappresentarono il braccio armato dei lavoratori nella lotta partigiana e fecero da organizzatrici, con le commissioni interne, degli scioperi generali.
Da Legnano partirono spedizioni di rifornimento alla divisione "Alfredo di Dio", localizzata sulle montagne dell'Ossola e alla "Puecher", che aveva tra i comandanti il legnanese Pietro Sasinini operante nella zona del Mottarone, Lago d'Orta e Ornavasso.
Nelle fabbriche ormai direttamente controllate dai nazisti, specie dove si produceva materiale bellico, si intensificò la resistenza passiva e la non collaborazione. Le commissioni interne, non potendo apertamente dichiarare che le agitazioni erano dovute alla volontà degli operai di non lavorare per la Germania, pena l'arresto o la deportazione, puntavano nelle rivendicazioni sulla riduzione delle ore lavorative e sulle condizioni disumane in cui i lavoratori erano costretti ad operare e sull'aumento della razione di pane e dei salari. Ai primi scioperi massicci alla Franco Tosi i tedeschi si sostituirono alla milizia fascista nel controllo della produzione.
In questo clima maturò uno dei più tragici episodi della resistenza legnanese. Il 5 gennaio 1944 le SS, al comando dello spietato generale Zimmerman, compirono un'azione dimostrativa di rappresaglia proprio nello stabilimento della Tosi. Furono dapprima arrestati sei operai tra i più facinorosi, facenti parte della commissione di fabbrica e noti antifascisti. Alla ribellione in massa di tutti gli altri operai, furono prelevati 63 tra coloro che manifestavano nel cortile.
Dopo lunghi interrogatori i tedeschi rilasciarono gli arrestati, tranne sette, che furono deportati nei lager nazisti.
Analoghe azioni furono compiute negli stabilimenti della Metalmeccanica, della Manifattura di Legnano e della Società Industrie Elettriche. Nei giorni precedenti era già stato arrestato e subito avviato a Mauthausen, sempre alla Tosi, l'antifascista legnanese Candido Poli.
Di questi lavoratori persero la vita nei campi di sterminio Pericle Cima, Alberto Giuliani, Carlo Grassi, Antonio Vitali, Francesco Orsini, Angelo Sant'Ambrogio, Ernesto Venegoni, Carlo Ciapparelli, Eugenio Verga, Giuseppe Ciampini e Giannino De Tommasi.
Nell'inverno del 1944 si verificò, tra gli altri episodi della lotta clandestina, l'attentato al ristorante-albergo Mantegazza. Nel locale, mentre la sera del 4 novembre erano riuniti fascisti e tedeschi per un banchetto, un nucleo di "garibaldini" fece esplodere su una delle finestre una bomba ad orologeria molto potente, che causò cinque morti e venticinque feriti tra i militari.
L'attentato scatenò la reazione della polizia fascista che operò diversi fermi e pestaggi. Il 4 novembre furono massacrati due noti antifascisti legnanesi, Giovanni Rovellini e Serafino Roveda. Un mese prima cadde nelle mani dei fascisti uno dei fondatori delle brigate "Garibaldi" di Legnano, Mauro Venegoni, già dirigente sindacale comunista, condannato nel 1927 a cinque anni di reclusione dal tribunale speciale. A Venegoni la milizia impose di rivelare i nomi dei partigiani del suo gruppo e, ad un rifiuto, fu torturato barbaramente, accecato e quindi ucciso a Cassano Magnago alcuni giorni dopo. Per questo tragico episodio, dopo la Liberazione, gli fu assegnata la medaglia d'oro al valore militare, alla memoria.
Recenti studi storici hanno confermato quali funzioni precise avesse, nella strategia del Terzo Reich, quella grande linea di difesa, chiamata gotica, che si estendeva, attraverso gli Appennini, da Massa a Pesaro, per 320 chilometri, sfruttando sia le natura li asperità del terreno, sia le fortificazioni create dai tedeschi. A quella "linea" restarono legate le sorti di tutta l'Italia Settentrionale fino all'inizio del 1945.
Gli alleati attaccarono la linea gotica alla fine dell'agosto del 1944 con oltre 900 mila soldati e migliaia di aerei, cannoni e carri armati, per dilagare verso la pianura padana, raggiungere Vienna e arrivare a Berlino prima dei Sovietici. Ma la "linea" si dimostrò più forte di quanto si ritenesse. Allora i comandi alleati decisero di tentare l'attacco risolutivo da Ovest, con lo sbarco in Normandia, sottraendo grandi forze alla Quinta Armata americana e all'Ottava britannica, impegnate sulla gotica, sicché i Tedeschi qui poterono arginare l'avanzata. Questi, appunto per la loro strategia, come ha ribadito G. Schreiber al convegno degli studi storici sulla linea gotica, tenutosi a Pesaro nel settembre del 1984, avevano l'ordine di tenere più a lungo possibile il fronte appenninico per tre motivi: 1) per impegnare il nemico e alleggerire il fronte francese impedendo l'apertura di un nuovo fronte nei Balcani; 2) per evitare che un cedimento potesse far sentire il popolo tedesco completamente circondato; 3) per tenere la pianura padana con le sue risorse agricole e con le grandi fabbriche del triangolo industriale lombardo e sfruttarla nella produzione, soprattutto bellica. Questo era l'ordine passato da Rudolf Ralm, plenipotenziario tedesco presso la Repubblica Sociale Italiana, che affidò alla Milizia e alle SS l'incarico di vigilare nelle fabbriche, perché la produzione fosse intensificata.
In risposta al proclama del 13 novembre 1944 del generale Alexander, comandante le truppe alleate in Italia, che invitò i partigiani operanti oltre la linea gotica a smobilitare, provocando così delusione e accuse di tradimento da parte delle stesse forze della Resistenza, a Legnano i gruppi partigiani decisero invece di intensificare la lotta armata, proprio per dimostrare di non aver raccolto l'invito di Alexander.
Il 24 novembre furono attaccati in forze la caserma legnanese della Guardia Nazionale Repubblichina e contemporaneamente il carcere di S. Martino, per liberare alcuni detenuti politici: dopo tre ore di conflitto arrivarono rinforzi fascisti e i partigiani dovettero ritirarsi.
L'insurrezione armata e il Secondo Dopoguerra
Alla ripresa dell'offensiva degli Alleati lungo la linea gotica si capì che l'ora della liberazione della pianura padana si avvicinava; le brigate "Garibaldi" e "Carroccio" predisposero allora con il CLN il piano per l'insurrezione nell'Altomilanese. Il 10 aprile 1945 alcuni esponenti del PCI, sorpresi a distribuire a Legnano volantini contenenti il preavviso per tale insurrezione armata, vennero arrestati dal dirigente l'ufficio della Polizia Politica locale, capitano della Milizia, Nucci. Anche nei paesi vicini furono compiuti rastrellamenti e arresti. Mussolini intanto si era stabilito a Milano, in Prefettura, e anche da Legnano si seguirono con ansia i tentativi di trattative con il CLN (mediatore il cardinale arcivescovo Schuster), per ottenere dai Tedeschi che, in caso di ritirata, fossero almeno vietate le distruzioni alle città e il prelievo di ostaggi. Il 24 aprile, mentre Mussolini organizzava coi suoi gerarchi più fidati la fuga verso la Svizzera, conclusasi poi con la fucilazione a Dongo, le formazioni partigiane di Legnano decisero di agire con un giorno di anticipo rispetto alle altre città della Lombardia. Il primo obiettivo fu quello di neutralizzare una stazione-radio tedesca, situata a Cascinette di Canegrate, col compito di tenere i collegamenti con una grossa colonna corazzata tedesca, agli ordini del maggiore Stamm, che dal Piemonte puntava verso Busto Arsizio, ed era diretta in Valtellina. L'operazione fu compiuta dal distaccamento della 182a brigata "Garibaldi". La stessa notte la brigata "Carroccio" attaccò il presidio tedesco della caserma Cadorna. Alle nove del 25 aprile il piano dell'insurrezione armata fu completamente realizzato dal comando partigiano unificato. La caserma Cadorna, dopo alterne vicende e conflitti a fuoco, fu occupata; contemporaneamente furono conquistate anche la caserma carabinieri di via dei Mille (dove si insediò il CLN locale e il Comando Militare Volontari della Libertà), la Casa del fascio, la scuola Carducci e la piscina. Intanto formazioni garibaldine ingaggiarono combattimenti per bloccare ai due caselli dell'autostrada di Legnano e della Cascina Olmina autocolonne tedesche in ritirata. In queste azioni cinque partigiani furono feriti e altri cinque uccisi.
Alle 10,30 un gruppo di partigiani tentò la conquista del Palazzo Comunale, dove aveva sede l'Ufficio di Pubblica Sicurezza, diretto dal commissario Santini (che finì poi fucilato in piazza Mercato insieme al capitano della Milizia, Nucci). Gli agenti di polizia contrattaccarono e si ebbe un lungo conflitto a fuoco. Tra gli assalitori del Palazzo Comunale vi era anche Anacleto Tenconi, che, secondo gli accordi a suo tempo presi, era destinato ad assumere le vesti di Sindaco del CLN. Intanto il vicino Palazzo Littorio, sede del comando fascista, fu occupato e gli uomini impegnati in questa azione andarono a rinforzare i partigiani, i quali assediavano Palazzo Malinverni, che poté così essere conquistato.
Sembrava che la liberazione della città fosse ormai completata, ed invece durante la notte tra il 25 e il 26 alcune formazioni tedesche rioccuparono la zona centrale di Legnano e dovettero essere attaccate e fatte sloggiare.
Nella tarda mattinata un nuovo pericolo si profilò. Un'autocolonna corazzata tedesca, partita da Milano, ormai insorta e occupata dal CLN e dalle formazioni partigiane, giunse alla periferia di Legnano con l'intento di ricongiungersi all'altro reparto del maggiore Stamm, che si trovava nel Magentino (quest'ultimo fu poi bloccato a Lonate Pozzolo e il comandante, dopo essersi arreso agli "azzurri" dei raggruppamento "Alfredo di Dio" di Busto, si suicidò). 1 partigiani, convinti che i Tedeschi volessero rioccupare la città, attaccarono l'autocolonna tra lo stabilimento Mocchetti e l'Officina Gianazza. Ai partigiani si unirono operai, giovani e numerosi cittadini. Alla fine i Tedeschi fecero dietro front e da Lainate si avviarono verso Corno (A. Tenconi, Rapsodia in tono minore, Legnano 1966).
Sul posto, al termine dei combattimenti, restarono 14 morti tra le formazioni partigiane.
Il 27 aprile la città di Legnano fu completamente libera e in mano ai partigiani: per le strade in quel giorno cortei e tripudio per la riconquistata libertà. Purtroppo i giorni che seguirono furono teatro di qualche isolato episodio di inutile vendetta e di violenza, come hanno riferito i testimoni di quegli angosciosi eventi: "Errori tragici furono commessi in quei giorni, ma durante un movimento di grandi masse è quasi sempre difficile, se non impossibile, a qualunque capo, dominare le azioni dei singoli" (A. Tenconi, Op. cit.).
Infatti, con giudizi più o meno sommari pronunciati da alcuni capi partigiani subito dopo la Liberazione, furono fucilati sedici ex appartenenti alla milizia fascista o cittadini che erano ritenuti implicati in azioni fasciste. Nonostante l'opera di mediazione dell'allora prevosto mons. Cappelletti, le esecuzioni furono compiute ugualmente (e in momenti diversi) in piazza S. Magno e del Mercato, alla cascina Mazzafame e al raccordo dell'autostrada a Castellanza.
Nella città libera, in poche settimane, ritornò comunque la normalità, si riorganizzò il lavoro nelle fabbriche e si formò la Giunta Comunale nel CLN col compito di intraprendere l'opera di ricostruzione, e cancellare, per quanto possibile, i tristi ricordi della guerra. La prima giunta era così costituita: Sindaco, Anacleto Tenconi (DC); componenti: Neutralio Frascoli (DC), Giovanni Parolo (DC), Guido Cattaneo (PSI), Ernesto Macchi (PCI), Natale Barnabè (PRI), Enrico Riccardi (PRI). Essa fu poi completata con altri tre assessori all'atto delle attribuzioni: Ezio Gasparini (PCI), Vicesindaco; Giuseppe Moro (PSI) e Giovanni Brandazzì (PCI). La prima seduta della giunta si ebbe il 2 maggio 1945, Segretario Comunale era il dottor Amedeo Rossi.
Non fu facile normalizzare la vita della città. Mancavano gli alimenti primari, i mezzi di locomozione erano ridotte al minimo, le case popolari insufficienti, le aule scolastiche sovraffollate, le strade ridotte in uno stato pietoso e le classi lavoratrici, in condizioni disagiate, chiamavano continuamente l'Amministrazione Comunale a fare da interprete e mediatrice delle loro aspirazioni. L'avvio della democrazia e della ricostruzione fu lento e faticoso; le ferite di un passato torbido si cicatrizzarono lentamente, con tenacia, allorché lo spirito di collaborazione riuscì a prevalere sulle lotte di parte. Normalizzatasi anche la politica nazionale, Legnano riprese il vigore economico che aveva caratterizzato il periodo pionieristico.
Il 4 maggio 1945 si costituì un comitato industriale provvisorio presieduto dagli industriali Mario Pensotti e Aldo Palamidese, dal quale scaturì poi l'Associazione Legnanese dell'Industria, il cui atto costitutivo reca la data del 13 luglio 1945, primo presidente Pier Luigi Ratti.
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Piazza San Magno nei primi anni '50 |
Il tram Milano - Legnano della STIE negli anni '60 al deposito di corso Sempione / via Canazza (dal libro "La tramvia Milano - Gallarate" di Boreani, Albè, Dall'Olio; ediz. Calosci - Cortona) |
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Palazzo Malinverni e largo Tosi - fine anni '50 |
Corso Sempione, angolo via Candiani, nel 1950 |
La direzione fu affidata al dottor Manlio Bucci, che seppe crearele promesse per assicurare alla rinnovata associazione industriale un ruolo determinante nella vita organizzativa dell’ importante settore economico di tutta la città e del Legnanese, tale da assicurare, tra il 1951 e il 1961 , il più alto indice di industrialità in rapporto alla popolazione (65,2%) tra i Comuni lombardi, secondo dopo Sesto S. Giovanni. Si ricostruirono anche gli altri organismi economici, professionali e associativi, tra cui l’ Unione Commercianti , la Consociazione degli Artigiani e dell’unione Artigiani con giurisdizione su tutta la zona. Legnano nel dopoguerra dimostro la risoluta volontà concorde di ripresa e di continuità delle care tradizioni, e delle virtù antiche , più che mai da rinnovare, nella pace riconquistata.
Il contributo della divisione Legnano alla lotta di Liberazione
Se, l'8 settembre, l'annuncio della firma dell'armistizio con gli alleati e lo sbarco degli angloamericani a Salerno crearono disorientamenteo tra la popolazione, che non aveva ancora compreso, nella sua realtà, l'effettiva portata dei fatti, tali avvenimenti colsero di sorpresa anche le Forze Armate. Gli ambigui ordini di Badoglio e la fuga del re dalla capitale furono nuovi motivi di perplessità. I Tedeschi erano ancora tra noi e la Resistenza stava uscendo dalla clandestinità, ma non aveva ancora assunto una sua salda struttura organizzativa.
I soldati italiani, increduli, stanchi ed umiliati, non sapevano cosa fare. Se li coglievano in divisa e sbandati, i tedeschi, considerandoli disertori, potevano arrestarli e deportarli. La maggior parte di essi aveva solo raccolto l'ordine non ufficiale del tutti a casa.
In questa situazione quasi tutti i reparti dell'esercito italiano si sbandarono. Solo gli uomini di alcune unità che si trovavano nel Meridione e nel Centro Italia afferrarono il significato del momento e, alla guida dei loro comandanti, passarono tra le fila della Resistenza. Non si sciolsero e, conservando divisa e stellette, cominciarono a dare il loro contributo alla lotta per la libertà. A questi contingenti, che diedero poi vita al Corpo Italiano di Liberazione (C. I. L.), si unirono anche molti militari sbandati che avevano le loro famiglie nell'Italia Settentrionale. Per loro costituiva un motivo in più, oltre a quello ideale della riconquista della libertà, ricacciare i tedeschi oltre le Alpi e tornare alle proprie case.
Gli uomini di questi raggruppamenti militari, pur così eterogenei, seppero dar vita ad episodi di valore e ad azioni che diventarono vero eroismo, in alcuni casi, durante combattimenti di appoggio alle forze alleate.
Un contributo essenziale e particolarmente significativo, tra i reparti che si opposero ai tedeschi, fu dato dalle unità che facevano parte della Divisione "Legnano": il 67° Reggimento Fanteria, l'11° Reggimento Artiglieria da campagna, il 68° Reggimento Fanteria e il 21° Battaglione Genio Pionieri. Alcune aliquote degli uomini dei reggimenti della "Legnano" andarono a costituire il 1° Raggruppamento Motorizzato Italiano, rafforzato da unità di varie provenienze. Da citare un battaglione di allievi ufficiali di complemento, che si trovarono in quel periodo nelle province di Brindisi e Lecce. Questo raggruppamento ebbe il battesimo del fuoco a Montelungo, una località a sud di Cassino, l'8 dicembre 1943. 1 fanti, gli artiglieri e i genieri della Legnano ebbero il privilegio di combattere in un'azione offensiva contro reparti nazisti. Con il loro coraggio e il loro eroismo lasciarono attoniti gli alleati, facendo così rilevare che l'esercito italiano si considerava sconfitto, ma non vinto e manteneva sempre integro il proprio prestigio.
Le operazioni dell'11° Reggimento Artiglieria, in appoggio ai fanti del 67° furono oltremodo dure, protraendosi per dieci ore sugli impervi pendii di Montelungo. Ben dodicimila colpi sparati, cinque morti e quattordici feriti furono le cifre, in sintesi, dell'epopea di questi militari. Per la battaglia di Montelungo, la bandiera del 67° fu decorata di Medaglia d'Oro. Una medaglia d'argento al valor militare fu assegnata rispettivamente all'11° Artiglieria, al 2° Battaglione Genio Pionieri e al 68° Fanteria Legnano per i fatti d'arme avvenuti tra il febbraio 1944 e il 1945. Il raggruppamento militare, rinforzato da altre unità provenienti dal sud, assunse ufficialmente la denominazione di Corpo Italiano di Liberazione. Il suo stemma era una croce bianca in campo azzurro con l'effigie del guerriero di Legnano.
Alla caduta della linea difensiva tedesca a Cassino, la Gustav, il CIL venne trasferito sul fronte orientale della penisola alle dipendenze dell'8a Armata inglese e impiegato nei combattimenti, fino alla liberazione di Ancona.
Al termine di questi cruenti e vittoriosi combattimenti, il CIL fu ritirato nella zona di Piedimonte d'Aife, a nord di Caserta dove, riarmato ed equipaggiato con materiali inglesi, assunse la denominazione di "Gruppo, di Combattimento Legnano". Trasferito successivamente sulla linea gotica, partecipò alla liberazione di Bologna (21 aprile 1945). Nell'autunno dello stesso anno, cessate le operazioni belliche, il gruppo di combattimento diventò Divisione di Fanteria Legnano.
Il glorioso 67° Fanteria tornò nella sede della caserma "Raffaele Cadorna" di Legnano, restandovi fino al 1958. In quell'anno, ed esattamente il 1° maggio, si costituì in Legnano il 4° Reggimento Fanteria Corazzato, inquadrato nella Divisione Legnano.
In seguito alla ristrutturazione dell'esercito, in tempi più recenti, (1975) alla Caserma Cadorna, oltre al Comando di Presidio, resteranno di stanza il 20° Battaglione Carri M.O. Pentimalli e il 2° Battaglione Bersaglieri Governolo, appartenenti entrambi alla Brigata "Legnano".
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