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Storia di Legnano



I mulini

I mulini, al pari delle grandi estensioni coltivate a cereali, in pieno Medio Evo rappresentavano un'autentica ricchezza. Il possesso di una serie di impianti di macinazione, con le pale azionate dai salti d'acqua, era infatti strettamente collegato al dominio delle terre coltivate a grano. Mantenere o perdere i mulini, equivaleva a conquistare il territorio su cui erano ubicati o rinunciarvi. Oltre che per fornire farina da alimentazione, i mulini producevano foraggio speciale per bestiame e le grandi ruote in pietra venivano adattate anche come mole a smeriglio, per fabbricare armi bianche.

Una delle regioni d'Italia, che ebbe una più forte concentrazione di mulini ad acqua, dal Medio Evo all'Ottocento, fu la Lombardia, ricca di fiumi, canali, navigli, rogge, che avevano la duplice funzione di irrigare i campi e fungere da forza motrice.

Molti di questi mulini hanno resistito al logorio del tempo, alle guerre, ma anche a quel terribile ciclone che per essi rappresentò la rivoluzione industriale: nel periodo pionieristico, perché i primi insediamenti produttivi sfruttarono proprio le ruote dei mulini esistenti per azionare le prime macchine utensili, anche se nel periodo successivo, con l'avvento della moderna tecnologia, i superstiti vennero superati dalle più avanzate tecniche di macinazione.

Nel borgo di Legnano, fin dal Medio Evo, prosperava l'attività molitoria, esercitate in forma artigianale e tale era la dovizia di mulini disseminati lungo l'Olona, da Castellanza a Nerviano, da far supporre che nel XV secolo questa attività costituisse per l'intera zona, e per Legnano in particolare, una notevole fonte economica. I nobili di quei tempi cercavano di accaparrarsi il maggior numero di mulini, per poter realizzare una vera e propria concentrazione, in grado di condizionare altri settori e speculare in occasione di magri raccolti o di carestie.

Legnano per molti anni aveva fornito farina per il pane dei Milanesi ed è naturale che alcuni signorotti di quei tempi avessero messo insieme una cospicua fortuna con le macine dell'Olona.

Il più antico documento conosciuto, nel quale si nomina un mulino sull'Olona, è del 1043, un palmento di proprietà di Pietro Vismara, ubicato tra Castegnate e la località Gabinella di Legnano. Nel documento si parla di Cogorezio o Cogonzio, nominativi scomparsi, ma che permettono di localizzare, come si è detto, questo mulino (Memorie n. 3, Società Arte e Storia Legnano, Legnano 1936, pagg. 38 e 62).

Anche nella denominazione di alcune vie dell'antico borgo, sia a Legnanello che nella zona del centro storico e attorno al castello visconteo fino a S. Vittore e Canegrate ed oltre, veniva ricordata questa vocazione dell'economia locale. Così avevamo via dei Magnani, via Mulini di Sotto, via Mulini dell'Arcivescovo, Mulino delle armi e località Cinque Mulini, nella zona in cui attualmente sorge il ponte di via Pontida e dove l'Olona si diramava in ben quattro bracci, formando anche due isolotti. Vi erano altri mulini anche presso l'antico convento di S. Angelo sulla roggia omonima, che attraversava poi il nucleo abitato del Borgo di Maragasc (zona S. Ambrogio). Un raggruppamento consistente sorgeva pure nel tratto compreso tra le attuali vie Matteotti e Beccaria, dove possedevano proprietà terriere e case i Lampugnani del ramo di Oldrado II. Lo storiografo Pirovano chiamava appunto gli appartenenti a questo ramo della nobile casata, (per distinguerli da altri), 'Tampugnaní di Ponte Carrato". Il più grande si trovava nel punto in cui ora sbocca via Corridoni ed era stato ribattezzato col nome di Mulino della Vedova, probabilmente dopo che Giovannina Omodei fu Gasparolo, vedova di Ubertino Lampugnani, acquistò la proprietà con altri immobili.

Il Ponte Carratum cui si fa cenno nell'atto pergamenaceo citato, caratteristico a due arcate, che univa la via Milano all'attuale via Corridoni, (già via Magnani), venne demolito il 7 giugno 1882.

Lungo il percorso dell'Olona, a valle del castello, troviamo disseminati altri mulini, alcuni dei quali, come si vedrà, pervenuti fino a noi da un antico regno romantico nascosto da un'archeologia industriale o artigianale da museo.

Le Signorie Sforzesca e Viscontea posero a presidio dei più importanti raggruppamenti di mulini alcune fortificazioni, sfruttando fortilizi e castelli già esistenti, per ubicarvi impianti molitori, come nel caso del castello di Legnano.

Lo storico milanese Del Prato annota che, nel 15 10, al discendere di un esercito svizzero dal Canton Ticino, via Varese, per raggiungere Milano... furono rotti tutti i mulini da Varexo sino a Rho ecciò che il numeroso et povero exercito de Sviceri per sè con fame se vincessi ... finalmente, dice lui, la cosa se accordò con dinari, et il giorno duodecimo di settembre essi Sviceri già pervenuti a Gallarà se ne ritornarono a casa loro. Questa fu una delle tante battaglie e dispute militari che ebbero per teatro i mulini dell'Altomilanese.

Secondo alcuni riscontri storici, fatti dal Sutermeister, Gian Rodolfo Vismara, possessore di vari mulini, faceva lavorare i metalli fini, usufruendo della forza dell'Olona, per battere al maglio le foglie d'oro e d'argento e per trafilare gli stessi metalli. Questa lavorazione doveva avvenire, sempre secondo lo studioso, per mezzo di adattamenti alle stesse macine dei mulini.

A riprova l'autore cita cinque atti conservati nell'archivio della Congregazione di Carità di Milano, rispettivamente degli anni 1453, 1461 (aprile e luglio), 1486 e 1487, nonché altri due atti di acquisto del 1467 (Codice Trivulziano 1816, 194-1. 193-4).

Il censimento di Legnano del 1594 segnalò l'esistenza nel borgo di 16 mulini appartenenti a nove proprietari.

Una relazione invece datata 1772 e stilata dall'ing. Gaetano Raggi, del Consorzio Fiume Olona. (che ha tracciato anche una mappa molto precisa), ne aumenta il numero a 18.

Mettendo a confronto la relazione Raggi con questa elencazione, risulta che, nel 1594, non esistevano ancora i mulini 19 e 20 del Conte Prata, rispettivamente del canonico Proverbio, situati in Legnanello, sull'area in cui sorse poi lo stabilimento Bernocchi, tra la Gabinella e via Pontida.

Nel XIX e XX secolo gli ultimi mulini residui vennero sacrificati per costruire le grandi industrie cotoniere Cantoni, Bernocchi e Dell'Acqua, che sfruttarono la forza motrice dell'Olona, realizzando sistemi di trasmissione interna azionati da ruote idrauliche o da turbine Jonvall, particolarmente adatte per l'Olona a variabilità di regime. Caddero così sette mulini da grano.

Quando i progressi ottenuti dalla diffusione dell'energia elettrica licenziarono le acque dell'Olona come forza motrice, i mulini superstiti tornarono a macinare grano: erano i tempi magri della prima guerra mondiale che fecero riscoprire questi importanti impianti e svolsero così una rinnovata e importante funzione per la sopravvivenza.

Nel periodo post bellico, quando con la forte crescita del fabbisogno di corrente, l'uso delle vecchie ruote divenne economicamente sfruttabile anche dalle piccole officine, qualche mulino cambiò attività e invece delle macine da grano, prese ad azionare, come si è detto, trapani, piallatrici, mole a smeriglio. Anche questo nuovo risveglio si spense presto col mutare delle condizioni economiche di Legnano. L'espandersi edilizio della città distrusse gli ultimi mulini, a cui si preferirono strade e palazzi.

Attualmente ne restano, a monte e a valle dei castello visconteo di Legnano, soltanto sei e da essi prende il nome una tradizionale gara di cross campestre, la Cinque Mulini, che si corre ogni anno a primavera. Si tratta dei mulini Meraviglia (già Melzi Salazar), Cozzi, Cornaggia (di fronte al Parco comunale del Castello), De Toffol, e Montoli di Canegrate ed un altro a valle di Nerviano. L'unico con le macine ancora in efficienza (più che altro per triturare foraggio per bestiame) è il mulino annesso alla fattoria agricola Meraviglia nel territorio di San Vittore Olona, che è certamente il più antico tra i rimasti perché risalirebbe al XIV secolo.

Esso offre una sorta di melanconica sopravvivenza capace di testimoniare un'attività plurisecolare, quasi scomparsa, che pure aveva fatto un tempo la ricchezza di questa zona agricola lombarda.



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