Unione Italiana Ciechi di Legnano
ONLUS
La mobilità per i disabili visivi
di Giulio Nardone
Le barriere percettive per i disabili visivi
Aspetti soggettivi della mobilità
Le norme a favore della pedonalità urbana
Le barriere percettive per i disabili visivi
Soltanto recentemente si è cominciato a parlare di barriere percettive oltre che di barriere architettoniche, intendendo con il primo termine quelle situazioni che rendono difficile la mobilità autonoma dei minorati sensoriali, di solito più per la mancanza di idonei segnali e ausili informativi che per la presenza di veri e propri ostacoli. Ancora più recentemente anche dei testi normativi si sono occupati delle barriere percettive, per prevederne l'eliminazione o, quanto meno, la loro attenuazione, come da ultimo il Decreto del Presidente della Repubblica n° 503 del 1996.
In realtà, almeno per ciò che concerne le nuove costruzioni ed urbanizzazioni, è necessario che si diffonda e si affermi definitivamente il principio del design for all, e cioè una progettazione che tenga conto già in partenza delle esigenze di tutti; con tale termine si vuole superare il concetto di una progettazione specificamente rivolta alle necessità dei disabili, per allargarlo a comprendere una migliore qualità della vita anche per le persone anziane e per chi viene a trovarsi, seppur solo temporaneamente, menomato in qualche sua facoltà. In questo senso si parla più correttamente di persone con bisogni speciali, piuttosto che di persone disabili.
I termini design for all e l'equivalente universal design si riferiscono a tutto ciò che viene a contatto con l'individuo, siano essi prodotti, servizi o lo stesso ambiente che ci circonda. Per restringere il campo a quest'ultimo settore sotto il profilo oggettivo, e ai minorati della vista sotto quello soggettivo, il fine che si deve perseguire è quello di assicurare loro l'autonomia nella mobilità, ossia la possibilità per essi di spostarsi da soli in condizioni di sicurezza e con la piena consapevolezza dello stato dei luoghi e del percorso da seguire per raggiungere la meta prefissata.
Quindi, il concetto di mobilità è sempre collegato, anche implicitamente, a quello di autonomia, in quanto un cieco accompagnato non ha problemi nei suoi spostamenti, come non ne avrebbe un disabile motorio che viaggiasse su una portantina sorretta da quattro robusti giovanotti.
La mobilità autonoma, poi, dipende da tre fattori: la motricità, intesa come capacità fisica di spostare il proprio corpo, l'orientamento, inteso nel senso di capacità di finalizzare i propri spostamenti a degli obiettivi previsti e voluti, e la percezione degli ostacoli e dei pericoli.
Orbene, il disabile motorio è capace di orientarsi e di evitare gli ostacoli, ma difetta nella motricità, mentre al contrario il cieco non ha problemi di motricità ma può incontrare gravi difficoltà nell'orientamento e nella percezione.
Questa affermazione, che potrebbe sembrare ovvia e irrilevante, merita invece un’attenta considerazione. Da un lato, infatti, capita spesso che occasionali accompagnatori di non vedenti si sforzino di sollevare quasi di peso i loro assistiti nella salita o addirittura nella discesa di scale, come se il problema fosse di natura muscolare e non semplicemente percettivo; d'altra parte si ritiene da parte del grosso pubblico che dove siano presenti ampi spazi e non vi siano trabocchetti, il cieco possa spostarsi da solo senza problemi, trascurando il fatto che per lui un nodo centrale è quello dell'orientamento.
Si possono poi individuare altri due fattori in grado di condizionare la mobilità dei non vedenti, uno di carattere psicologico e un altro di ordine sociologico. Il primo dipende dalla maggiore o minore motivazione del soggetto ad acquisire una sua indipendenza negli spostamenti e quindi a vincere la sua comprensibile resistenza ad affrontare da solo uno spazio ignoto; per immedesimarsi in una tale spiacevole sensazione è sufficiente per un normovedente immaginare di guidare in una nebbia assolutamente impenetrabile.
Il fattore limitante di carattere sociologico consiste invece nel fatto che gli altri, gli estranei, si aspettano che un cieco non sia capace di spostarsi autonomamente, rinforzando così in lui la sfiducia nelle sue possibilità e ponendo in essere quella che i tiflologi chiamano reciprocazione del limite; in certi casi, e ne ho diretta conoscenza, la sfiducia degli altri si trasforma addirittura in aperta riprovazione nei confronti dei parenti "egoisti ed incoscienti": "ma ti mandano in giro da solo?", "Non hai proprio nessuno che ti possa accompagnare?".
Su tali fattori si può influire rispettivamente mediante la frequenza di corsi di orientamento e mobilità e diffondendo presso l'opinione pubblica un’immagine del non vedente meno oleografica e più aderente alla realtà.
Un'altra osservazione, anch'essa ovvia ma propedeutica ad una trattazione sistematica del problema, è quella che, essendo lo spostamento un concetto relativo, esso implica due entità: un soggetto che si sposta e un ambiente nel quale il soggetto si muove; ne consegue la necessità di tenere in considerazione da un lato le capacità del soggetto e dall'altro l'idoneità specifica dell'ambiente a favorire tale spostamento. È d'altronde intuitivo che non sarebbe lecito chiedere che l'ambiente venga adattato alle nostre esigenze di soggetti svantaggiati senza nel contempo agire per potenziare al massimo le nostre capacità residue.
Aspetti soggettivi della mobilità
Il concetto di mobilità soggettiva di un non vedente va rapportato alla sua capacità di effettuare spostamenti autonomi, efficaci ed esenti da pericoli e da stress; in tale affermazione il solo termine che merita un chiarimento è quello di efficacia, che potrebbe tradursi come "ragionevole rapidità o tempestività", dato che il movimento implica una relazione spazio-temporale.
In assenza di un ambiente amichevole, la soluzione cui finora i non vedenti sono ricorsi più di frequente è quella di farsi accompagnare da familiari o amici, anche se la sempre più marcata frammentazione delle famiglie e la sempre maggiore tumultuosità della vita moderna rendono via via più aleatori tali supporti, ai quali si cerca di supplire mediante volontari messi a disposizione dalle Associazioni di categoria. Quest'ultima possibilità è destinata a divenire meno praticabile con il venir meno della leva obbligatoria e quindi degli obiettori di coscienza.
Anche quando il ricorso ad aiuti esterni è possibile, questo in ogni caso non integra affatto il concetto di piena autonomia, o meglio ancora di indipendenza, poiché questa implica per definizione il fare da soli.
Naturalmente il problema non esiste tanto per i luoghi conosciuti e relativamente semplici, come le strade adiacenti alla propria abitazione o il tragitto abituale per recarsi al lavoro: la memoria, l'abitudine e la conoscenza di tutti gli indizi sonori, olfattivi e tattili naturali, presenti nel percorso, rendono tutto abbastanza facile.
Ma quando ci si trova in un luogo poco conosciuto, complesso e magari pieno di rumori e folla, come ad esempio una stazione ferroviaria o della metropolitana, o in una piazza piena di gente e di traffico, il compito di orientarsi da soli e nei rapidi tempi imposti dalla frenetica vita moderna diventa davvero difficile.
All'obiezione di qualcuno, secondo il quale non sono molti i ciechi disposti a muoversi da soli, si può rispondere che ciò dipende in gran parte proprio dalla mancanza di sistemi informativi e di guida semplici, efficaci e soprattutto affidabili; d'altro canto non è difficile costatare come soprattutto i giovani tentino di conquistare una sempre più ampia indipendenza in questo campo. È invece vero che è ben difficile che un cieco anziano, abituato da sempre ad affidarsi al braccio di un accompagnatore, decida improvvisamente di rendersi autonomo, salvo che non sorga un'improvvisa necessità in tal senso.
Presupposto indispensabile perché un disabile visivo possa pensare di acquisire una buona autonomia nei suoi spostamenti, è, come si è già accennato, l'apprendimento delle tecniche adeguate, prima fra esse quella del corretto impiego del bastone bianco. Ciò si può ottenere seguendo un corso di orientamento e mobilità, purché questo sia tenuto da istruttori ben preparati e professionalmente validi, come quelli che fanno capo all'A.N.I.O.M. (Associazione Nazionale Istruttori di Orientamento, Mobilità & Autonomia personale). Anche i cani-guida costituiscono un valido ausilio, limitatamente però ai percorsi abituali e conosciuti.
Tuttavia in certi casi l'ambiente nel quale un disabile visivo si deve muovere può essere così ostile da rendere in sostanza inutili le sue capacità di orientamento e gli eventuali ausili che possa utilizzare.
Pur senza pretendere l'utopistica trasformazione dei centri urbani già esistenti in città a misura di soggetto con handicap, poiché quelli attuali non sono nemmeno a misura d'uomo, deve essere almeno lecito chiedere con estrema forza che siano applicate le norme esistenti in tema di pedonalità urbana e siano prontamente introdotti quei nuovi accorgimenti previsti dalla normativa specifica concernente l'eliminazione delle barriere percettive; tali interventi, fra l'altro, se eseguiti nel corso di lavori di costruzione o di rifacimento, richiedono costi spesso irrilevanti e in ogni modo presentano un'utilità estesa a tutta la collettività.
È importante comprendere che gli interventi non devono essere circoscritti ai luoghi maggiormente frequentati dai disabili visivi, come sembrano credere alcuni progettisti o addirittura qualche cieco poco attento; e ciò in primo luogo perché fortunatamente non esistono ghetti in cui si concentrano i minorati della vista, e in secondo luogo perché è l'intero tessuto urbano che deve essere accessibile, come previsto dalla normativa vigente. D'altra parte non verrebbe in mente a nessun tecnico di fornire i marciapiedi di rampe soltanto in coincidenza con le attuali abitazioni di persone che si muovono su sedia a ruote. Al massimo, il criterio dei luoghi più frequentati, come le adiacenze delle sedi delle associazioni di categoria, può servire a stabilire soltanto la priorità degli interventi.
Le norme a favore della pedonalità urbana
Si tratta in questo caso di norme comuni di comportamento, contenute in Leggi dello Stato, quali il Codice della Strada e i Regolamenti di Polizia Municipale. A poco serve, infatti, al cieco farsi accompagnare dal cane-guida o servirsi di ausili di vario genere, quando il marciapiede è totalmente occupato da veicoli, tavolini di bar e ristoranti, merci esposte alla vendita, vasi di fiori e piante ornamentali, ecc; tali ostacoli lo costringono spesso a scendere nella sede stradale con grave pericolo per la sua sicurezza, come purtroppo è testimoniato da numerosi incidenti verificatisi in tali circostanze.
Eppure gli ostacoli ora menzionati violano norme ben precise poste a tutela di tutti i cittadini: anche la mamma con la carrozzina, anche le persone anziane e i bambini non accompagnati, incontrano gravi disagi e corrono seri rischi.
Altre volte si tratta di autorizzazioni rilasciate senza tener conto dei più elementari principi di opportunità che dovrebbero guidare le decisioni della Pubblica Amministrazione. E purtroppo si tratta di un malcostume così diffuso e radicato nella coscienza collettiva da trasformare degli illeciti in comportamenti tollerati o addirittura condivisi.
Per passare dal piano della critica a quello propositivo, potete trovare una serie di richieste concrete e di suggerimenti, partendo da quelli più ovvi e di più facile realizzazione, nella sezione del nostro sito "Richieste concrete per migliorare la mobilità dei non vedenti".
Giulio Nardone
![]()
![]()