Unione Italiana Ciechi di Legnano
ONLUS
Navigazione a vista, oppure strumentale ? L'importante è arrivare alla meta
di Giulio Nardone
La mobilità per i disabili visivi
Il cieco non deve chiedere mai ?
La mobilità per i disabili visivi
È il problema dei marinai e dei piloti d'aereo: confidare solo sulla propria abilità, o ricorrere in caso di incertezza alla strumentazione di bordo e alle strutture di terra?. Capovolgendo la situazione, il non vedente deve chiedere il potenziamento delle strutture cittadine dedicate ai portatori di handicap, o imparare a fidarsi maggiormente dei propri mezzi? O fare entrambe le cose?
Molta strada è stata fatta da quando il cieco batteva il bastone bianco sul marciapiede per avvisare gli altri del suo passaggio e ricevere dai muri gli echi che lo aiutavano a muoversi nell'ambiente circostante. Restano però ancora limiti alla mobilità autonoma dei disabili visivi negli ambienti nuovi o poco conosciuti: in parte oggettivi, in parte dovuti all'intima insicurezza di coloro che non se la sentono di affrontare situazioni completamente nuove.
E questo nonostante siano state eliminate molte barriere architettoniche, studiati accorgimenti per integrare l'uso del tradizionale bastone e del cane guida, o messe a punto tecniche e procedure per insegnare ai ciechi come orientarsi e muoversi con maggiore disinvoltura e sicurezza anche in luoghi non familiari per il normale svolgimento delle attività quotidiane.
Con conseguente richiesta, da un lato, di corsi di mobilità, dall'altro di semafori sonori, di annunciatori di fermate sui mezzi pubblici, di segnalatori elettronici, di percorsi tattili eccetera. Interventi costosi, che richiedono di stabilire una scala di priorità al fine di ottimizzare gli investimenti. Ma tutto questo restituisce davvero al cieco la libertà di circolazione?
Questo, in sostanza, il tema di un acceso dibattito nato dalla pubblicazione, sul "Corriere dei ciechi" dell'Aprile 2001, di un articolo di Antonino Cucinotta e al quale hanno fatto seguito i contributi di Wainer Broccoli, Paolo Graziani, Fabrizio Marini, Giulio Nardone, Antonio Quatraro, Enzo Tioli, Francesco Tranfaglia e Marco de Vallier.
Nel suo articolo Cucinotta sosteneva che, in sostanza, un cieco non è in grado di muoversi in un ambiente del tutto sconosciuto, nemmeno se accompagnato dal cane, mentre può orientarsi e muoversi autonomamente in luoghi conosciuti, quali la casa d'abitazione, gli istituti scolastici, l'ambiente di lavoro o qualunque altro sito circoscritto frequentato abitualmente.
Il cieco non deve chiedere mai ?
Affermazioni che altri hanno contestato, ricordando che molte persone, dopo aver frequentato i corsi di mobilità, se la cavano anche in luoghi sconosciuti aguzzando l'orecchio, segnalando la propria presenza con il bastone ed eventualmente chiedendo l'aiuto dei passanti. Insomma, un cieco è autonomo quando è psicologicamente sicuro, quando sa stabilire quando è il caso di farsi aiutare e quando invece è in grado di badare a sé stesso.
Autonomia non è onnipotenza (mai così fuori luogo il mito dell'uomo "che non deve chiedere mai"), ma la ragionevole consapevolezza di saper sfruttare al meglio le proprie capacità: se un cieco riesce ad andare a lavorare da solo, a fare la spesa, a salire e scendere dai mezzi di trasporto, a lavorare con il computer o a svolgere altre attività ha coperto almeno il 90% dei bisogni di tutti gli uomini, e non è un dramma se in qualche caso deve chiedere aiuto.
Del resto, ha osservato qualcuno, anche il normovedente consulta la pianta delle città che visita per la prima volta, chiede informazioni agli abitanti delle zone che non conosce, si fa indicare dal manovratore la fermata alla quale scendere.
Come si può constatare, è salito qualitativamente il livello di discussione rispetto a quello che si poteva registrare solo pochi anni fa, e questo testimonia i notevoli progressi verso una cultura dell'integrazione. Anche perché si comincia a capire che alcune problematiche non riguardano solo chi non vede, non sente, o non è in grado di camminare.
A confronto, nel dibattito suscitato dall'articolo di Cucinotta, sono due modi diversi del cieco di relazionarsi con il mondo: si può muovere in sicurezza lungo tutti i percorsi, anche i più accidentati e sconosciuti? O è necessario rinunciare per paura, per sfiducia nei propri mezzi, per il timore di importunare i passanti?
Difficile dare una risposta valida per tutte le situazioni, anche perché entra in gioco il carattere delle singole persone. Ma la tendenza è quella del superamento dei limiti attuali.
Certo, occorre che nelle città vengano messe in opera strutture adeguate, e che i non vedenti imparino a sfruttarle al meglio. Poi che si rendano disponibili stradari tattili delle città, guide che metro per metro accompagnano il cieco lungo gli itinerari principali (magari su cassette o CD, esattamente come le guide di alcuni musei), siano segnalati i passi carrabili e le cassette della posta. Il tutto, accompagnato da pochi segnali disposti lungo i percorsi in grado di rendere più facile e sicura la marcia del cieco, informarlo dell'esatta posizione della palina della fermata e del semaforo (che deve essere acustico), dell'ubicazione delle zone pedonali e altro.
Cose da libro dei sogni? Nemmeno per idea: basti pensare al cammino fatto da quando (e non si tratta di secoli fa) l'unica guida del cieco era, solo e soltanto, il bastone bianco.
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