Unione Italiana Ciechi di Legnano
ONLUS
Storia di Legnano
Censimento della popolazione a metà secolo
Alle soglie dell'età moderna la dinastia degli Sforza si avviò alla decadenza. Il 10 aprile 1500 Ludovico Maria Sforza, detto il Moro, fu deposto e, in sua vece, il cardinale d'Amboise entrò in Milano come governatore, in nome di Luigi XII, re di Francia. In questo contesto storico così burrascoso, che vide alternarsi alle redini dello Stato di Milano, di volta in volta, gli Sforza e i Francesi, si inserisce il ricordo di una testimonianza a carattere religioso, di importanza particolare per la storia di Legnano: la costruzione della chiesa di S. Magno, iniziata, nel 1504, sulle vestigia di una antica chiesa, come testimoniato dalla nomina della precedente cappellania dedicata a S. Giovanni Battista e agli Apostoli Giacomo e Filippo, resasi vacante e della quale era stato investito Gabriele Fusano col giuspatronato di casa Vismara, nel 1473. (Archivio Storico Civico di Milano e d'ora in poi A.S.C.M., Fondo Belgioioso, cart. 195, pergamena 23 agosto 1473).
Questo inizio di secolo favorevole e propiziatorio, sul piano religioso, per il borgo di Legnano, fu però ben presto sconvolto dal diffondersi di una spessa coltre di nuvole che ne rabbuiò l'orizzonte. Mentre Luigi XII ondeggiava nell'esame di alcune soluzioni possibili nella guerra di predominio in Italia, secondo il Guicciardini (Storia d'Italia, Milano 1975, X, 8), gli Svizzeri, stimolati dal pontefice Giulio II e, spinti dal cardinale Schiner, cominciarono a scendere in Lombardia, non appena ebbero riordinato l'esercito e senza attendere la stagione propizia. Così, mentre a Milano si diffondeva una grande paura, essi raggiunsero, l'ultimo giorno del novembre 1511, Varese e da lì, senza incontrare difficoltà, toccarono Gallarate, la saccheggiarono e la bruciarono, secondo una lettera indirizzata dal Bibbiena al cardinale Medici (Moncallero, Epistolario di Bernardo Dovizi de Bibbiena, vol. 1, Firenze 1953, pp. 416 -422), mentre Gastone di Foix, con Gian Giacomo e Teodoro Trivulzio, accampatosi a Legnano, non attese gli Svizzeri, ma preferì sgomberare la nostra località e ripiegare su Milano, abbandonandola alla discrezione degli avversari. là comprensibile quale trattamento sia stato riservato al borgo dalle soldatesche, anche se è prudente non ricamare eccessivamente le informazioni fornite in proposito dal Guicciardini antipapalista o dal Prato (Storia di Milano in continuazione del Corio dall'anno 1499 al 1519, in Archivio Storico Italiano, vol. III, Firenze 1842), i quali descrissero la parte truce degli avvenimenti che interessarono la Lombardia, dal 1490 al 1530, ma non furono certamente a completa conoscenza di tutta la documentazione allora seppellita negli archivi d'oltralpe e in grado di far luce sull'effettiva responsabilità dello Schiner, come si dedusse più tardi, nella scia degli studi effettuati, nel 1898, da Achille Ratti sulle lettere papali e da A. Buchi, nel 1925, sul cardinale in questione. Meglio attendere la menzione allora di Alberto Lampugnani, tesoriere della Fabbrica di S. Magno e uomo degno di reputazione, sull'incendio scoppiato nel borgo (Bettinelli, Legnano nella storia, Milano 1900, p. 17).
Le preoccupazioni per la popolazione di Legnano non erano dunque terminate, perché essa dovette prima sopportare nuovi oneri finanziari imposti da Massimiliano Sforza pressato dall'avidità degli Svizzeri e poi il condizionamento determinato dal ritorno dei Francesi di Francesco I. Mentre le redini del nuovo Governo erano rette da luogotenenti vari, vale la pena di accennare a due fatti, il primo dei quali interessò l'opinione pubblica, il secondo incise profondamente sul tessuto della popolazione. Nel 1517 la superstizione tra il popolo era così grande che, essendo in quell'anno caduta una grossa tempesta, si ritenne di attribuirne la causa all'azione delle maliarde.
Più drammatica fu invece l'influenza prodotta dalla peste del 1529, che si riprodusse con violenza nel 1540. Per la verità non è possibile stabilire con esattezza quante vittime tra la popolazione abbia mietuto la falce della peste, il cui contagio aveva già intaccato la gente, a più riprese, negli anni precedenti. Se i vuoti prodotti furono notevoli, certamente si può supporre che le perdite subite dai centri agricoli fossero, in proporzione, inferiori a quelle della città, nonostante gli elementi contrastanti in nostro possesso. Servono, per la conoscenza, i dati offerti dagli archivi che rappresentano le fonti più ricche e le fondamenta più solide della realtà storica. Senza di loro un popolo non avrebbe volto e identità, anche se è pur sempre opportuno accostarsi ad essi con occhio smaliziato, per un rigoroso controllo della documentazione.
Pertanto, per avere un'idea il più vicino al vero circa la composizione e la consistenza della popolazione legnanese, nella prima metà del 1500 bisogna risalire al censimento iniziato nel Ducato Milanese da Francesco II e integrato da Carlo V, dopo che l'imperatore spagnolo prese le redini dello Stato milanese, alla morte dello Sforza. L'accertamento è importante perché dovrebbe ragguagliarci sul numero delle famiglie allora esistenti, sulle classi sociali, sulle principali colture in atto, sulla distribuzione della proprietà, anche se i risultati globali offerti risultano incompleti. Dall'esame dei fondi Censo p.a. e Gride dell'Archivio di Stato di Milano risulta che, al 15 settembre 1530, i gentilomini più rappresentativi residenti a Legnano, i quali non pagavano carichi a Milano erano i Lampugnani abitanti per lo più a Legnarello, tra i quali primeggiavano Gaspare Antonio dito el gineto; Barbara; Geronimo, rettore de la giesa magior in Legnano; Francesco, capelano in la suprascritta giesa, il magistro da schola con dui donzenantiforestieri et uno da Milano et altro da Gorla minor.
Di rilievo era pure la posizione dei Vismara, dei Visconti, dei Crivelli, dei Maino, dei Caimi, del notaio Francesco Rotta. Tra i gentilomini, che pagavano i carichi a Milano e abitavano a Legnano, prevaleva ancora il magnifico mJo. Bernardo da Lampugnano, con la consorte e il fattore; gli eredi di Geronimo Aliprandi, gli eredi Solari, la copo Corio, Francesco Maria Casati. Nè può essere dimenticato il riferimento a Ferrando da Lampugnano che abita in el Castello di Santo Giorgio (A. S.M., Censo p.a., cart. 13 a). Per quanto concerne gli accennati comparti d'estimo, si può dire che fossero importanti per il raggiungimento delle prove di nobiltà originaria, da produre al momento della comparitio richiesta qualche secolo più tardi, all'epoca dell'imperatrice Maria Teresa, anche se la valutazione dei nobiles non può far dimenticare quella altrettanto importante dei cives abitanti nel territorio sottomesso alla città.
E ai primi comunque che sono legate le vicende del castello, nel periodo preso in esame.
Per una verifica dello status della popolazione giova il censimento ordinato dall'autorità ed attuato verso il principio del 1549. La situazione di Legnano era allora controllata in buona parte dalle famiglie già prese in esame, accanto alle quali è da ricordare però, per la funzione importante esercitata e di solito non citata tra le fonti più conosciute, quella di Francesco Girami, per una conoscenza approfondita della quale rimandiamo al lavoro di E. Gianazza (Momenti di un incontro: Banco Lariano 1983 - Corno 1983). I Girami di cui sopra, discendenti da antica e nobile famiglia, avevano acquistato, nel 1538, dall'imperatore spagnolo, tra varie giurisdizioni, oltre ai feudi di Brebbia e della Fraccia Superiore di Varese anche diversi censi dei sale, tra cui quello di Legnano: Communitas et homines Burgi Legnani ducatus Mediolani pro stariis centum quadraginta quinque census salis (A.S.M., Feudi Cameralip.a., cart. 251). La comunità di Legnano pagava dunque a Francesco Girami, Signore di Barbaiana e di numerose altre terre, il censo del sale, che era obbligata ad acquistare, secondo lo strumento rogato da Giuliano Pessina il 14 ottobre 1538, anche se in seguito i figli eredi del Girami dichiararono che egli agiva come procuratore del conte Vitaliano Visconti Borromeo.
Dall'osservazione del materiale trattato ai fini del censimento e dal confronto con i dati relativi alla popolazione di alcune pievi, si ricava tuttavia la sensazione che il quadro offerto sia frammentario e lacunoso, tanto più che per alcune località si registra una vera e propria decimazione della popolazione, giustificata parzialmente dal dilagare della peste, ma non nella misura eclatante riportata.
- Omettendo dunque i tentativi per arrivare a un calcolo esatto della popolazione, in base ai dati offerti, si dovrebbe ammettere che gli abitanti di Legnano ammontassero, nel 1545, a 576 bocche con 184 focolari, con una media del 3,13%, secondo la verifica della cartella 13 b (A.S.M., Censo p.a.), in contrasto non solo con quanto affermato dal Larsimon Pergameni (Censimenti milanesi di Carlo V, in Archivio Storico Lombardo 1949, pp. 168-209), che parla di 608 bocche e 189 famiglie, ma pure coi dati registrati circa cinquant'anni dopo. Se altri elementi interessanti sono forniti dallo sgualcito quinternetto conservato in archivio, questi riguardano i principali prodotti coltivati a Legnano: miglio, frumento, melgone, fagioli, panico e uva; ma anche la figliolanza delle famiglie, che non era così numerosa come si potrebbe pensare, secondo una diceria corrente. Infatti sui "focolari" presi in considerazione, solo quello di Ambrogio Bilizono vantava dieci figli; nove ne allevava Giovanni Tadino, mentre altri tre gruppi crescevano otto rampolli. Ottantotto famiglie e quindi la maggioranza, avevano due figli ciascuna ed una non ne allevava nessuno. Inoltre poiché le indicazioni offerte dai commissari proposti al censimento riguardavano solo le "bocche" e le biade, mancavano indicazioni relative all'azione svolta dai singoli. Naturalmente, trattandosi di un comune rurale, l'attività dominante consisteva nella lavorazione dei campi, i cui appezzamenti variavano secondo le condizioni dei coltivatore e del cui perticato possiamo farci un'idea approssimativa, poiché mancano le indicazioni relative ai nobili, in base agli indici catastali del 1558 (A.S.C.M., Località fòresi, cart. 35). Da questi si deduce che l'estensione dei terreni lavorati di Legnano con Legnarello, fatta salva l'eccezione indicata, ammontava a pt. 24020 circa, alle quali bisogna aggiungere circa pt. 2482 possedute dagli Enti religiosi, con le monache di S. Chiara in testa, proprietarie di pt. 574.
In tale ambito, se i dati a nostra disposizione sono incerti, pur tenendo presente la precarietà di vita della popolazione rurale, la più facile ad essere coartata dalla nobiltà vanitosa dei suoi privilegi, non si può far meno di sottolineare col Sella (L'economia lombarda sotto la dominazione spagnola, Bologna 1982, p. 181 e sgg.) che la campagna lombarda, Legnano compresa, conservò una discreta carica di attività, grazie al mantenimento di pratiche colturali, in fase di evoluzione e alla relativa subordinazione alle corporazioni cittadine. Le colture cerealicole, la vite e il gelso offrirono la maggior possibilità di impiego ai contadini, i quali, con il tradizionale attaccamento alla terra, non esitarono ad affrontare lavori massacranti per intensificare la produzione.
Il risultato fu un'economia sommersa, che consentì di rimediare agli ostacoli delle requisizioni e delle imposizioni fiscali, anche se non è facile dipingere un quadro chiaro della situazione allora esistente in Legnano, perché sono disponibili solo scampoli di informazioni inadeguate per avere una visione ampia della realtà. Inoltre paradossalmente fu proprio il fisco ad incentivare l'impegno dei contadini. Dal momento che esso si basava sulla stima del perticato colpito, indipendentemente dalla destinazione a coltura o dal rendimento della stessa, l'agricoltore fu indotto a trarre il maggior reddito possibile. Infatti una delle preoccupazioni maggiori delle autorità spagnole, austriache e francesi dominanti nel nostro paese fu sempre quella di accertare, per ragioni fiscali, l'esistenza dei focolari nelle singole località.
L'enumerazione dei capi famiglia fu infatti un elemento fondamentale degli estimi per la distribuzione del carico d'imposta, che aveva come base il ceppo famigliare, alla cui unità coltivatrice imponeva il pagamento del tributo, generalmente ripartito in ragione dì una certa somma di denaro.
Da qui la necessità di avere indicazioni sulla strutturazione della popolazione di Legnano distribuita in nove Comuni: Otto dei censiti in luogo, ed uno chiamato comunetto, per quelli che non avevano nome distinto, conforme al maggior censimento; comune dominante era il maggiormente censito, comune Vismara, comune delle Monache, comune di Camillo Prata, comune Visconti, comune Morosinetto e consorti e il Comunetto. Tali indicazioni fornite dal Bettinelli e derivate dal Pirovano, ci consentono inoltre di sapere che ognuno degli Enti sopraccennati era rappresentato dai proprietari più in vista, i quali concorrevano alla nomina di un Sindaco che era coadiuvato da due deputati e da un cursore nella reggenza di ogni Comune.
Per avere però elementi più sicuri sulla reale consistenza della popolazione legnanese bisogna risalire all'epoca di S. Carlo Borromeo e successivamente al censimento del 1594.
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