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Storia di Legnano



29 maggio 1176: la Battaglia

Gli stretti legami di Legnano con Milano trovano una chiara conferma nei grandi eventi del secolo XII, quando molte città lombarde si affrancano dalla soggezione all'Impero sotto la spinta di una realtà nuova non più inquadrabile nelle vecchie istituzioni feudali. Sono troppo note le vicende della lotta contro Federico Barbarossa, che non tratteremo se non per quanto interessa direttamente Legnano. Colla dieta di Roncaglia (1158) l'imperatore aveva imposto alle città suddette il proprio diretto governo mediante i suoi podestà. Questi dopo breve tempo furono rifiutati e scacciati. L'imperatore discese allora in Italia e pose l'assedio a Milano (1160). Per affamare la città egli provvide a metà maggio, quando le messi si avviano a maturazione, a devastare le campagne distruggendo blavas, legumina et linum Mediolanensium e recidendo gli alberi da frutta. L'opera fu compiuta in due settimane procedendo da sud a nord, da Mediglia a Vertemate, quindi mutando direzione da Verano, Briosco a Legnano, Nerviano, Pogliano, Rho. 1 Milanesi uscirono allora dalla città e schierarono davanti alle mura il loro esercito col Carroccio. L'imperatore non osò attaccare battaglia. La notizia è riferita dalla cronaca milanese attribuita a Sire Raoul e da essa si evince che Legnano è ormai sottratta praticamente al contado del Seprio e costituisce come una porta d'ingresso al contado milanese. Lungo il corso dell'Olona i raccolti di cereali, ortaggi, lino e frutta affluiscono a Milano da Legnano in giù. La conferma viene da un'ulteriore notizia della stessa cronaca.

Nel 1162, anno della resa di Milano affamata, un funzionario imperiale, Petrus de Cumino, impone tasse, requisisce un quarto del raccolto dei cereali e un terzo del raccolto di castagne, noci e fieno, a tutti quelli sottoposti alla giurisdizione del vescovo di Lodi ossia da Busto Garolfò, Legnano e Seveso in giù, cioè verso sud. (11 lettore può trovare il testo delle Croniche che stiamo per citare nel volume Legnano e la Battaglia, edito a Legnano nel 1976).

Dice la cronaca suddetta che il 29 maggio 1176 l'esercito milanese si trovava presso (iuxta) Legnano e c'erano coi Milanesi vari gruppi di cavalieri di città della Lega, cioè Lodi (50), Novara e Vercelli (300), Piacenza (200) e altri di Brescia, Verona e di tutta la Marca. L'imperatore era accampato presso Cairate con circa mille cavalieri tedeschi. (Il testo latino distingue milites da pedites, cioè i combattenti a cavallo, solitamente nobili, e a piedi, solitamente popolani).

Si diceva anche che i suddetti Tedeschi fossero duemila, e l'imperatore li aveva fatti venire per la Disentina così segretamente che nessun Lombardo aveva potuto saperlo. Anzi quando si diceva che l'imperatore doveva essere vicino a Bellinzona, nessuno voleva crederci. L'imperatore da Cairate vuol muovere verso Pavia, convinto che i Pavesi gli vadano incontro, ma i Milanesi gli attraversano la strada coi suddetti cavalieri fra Borsano e Busto Arsizio e comincia uno scontro violento. Ma l'imperatore mette in fuga i cavalieri che erano da una parte vicino al Carroccio. Fuggirono fino a Milano quasi tutti Bresciani, gran parte dei Milanesi e degli altri.

I restanti resistettero attorno al Carroccio e combatterono con coraggio assieme alla fanteria milanese. Infine l'imperatorefu volto in fuga. Quasi tutti i Comaschifurono catturati. Molti Tedeschifuronofatti prigionieri, uccisi e molti affogati nel Ticino.

Si vede subito che il racconto è fin troppo conciso e lacunoso, ma ci fornisce alcuni dati essenziali. Le fasi della battaglia sono tre: lo scontro impreveduto tra le opposte avanguardie, l'assedio e la resistenza attorno al Carroccio, la conclusione vittoriosa. Fortunatamente cronache tedesche o di parte vaticana ci consentono di completare il racconto con altri particolari importanti.

Gli Annali Coloniesi riferiscono che il Barbarossa aveva incaricato l'arcivescovo di Colonia, Filippo, di raccogliere un grosso esercito. Con esso e alcuni principi tedeschi Filippo raggiunge Corno. Federico lascia allora Pavia e si reca a Corno. Intanto i Milanesi, i Veronesi e gli altri Lombardi, raccolto un grande esercito, si avvicinavano per attaccare e sgominare il nuovo esercito tedesco stanco per il viaggio. Quando l'imperatore seppe questo dagli esploratori, pur essendo consigliato di retrocedere di fronte a così grande moltitudine e rifiutare la battaglia, non ritenendo confacente alla sua imperiale dignità il volgere le spalle al nemico, lo affrontò coraggiosamente assieme ai Comaschi e a quelli che eran venuti con l'arcivescovo. Ma i Lombardi, decisi a vincere o morire, chiusero l'esercito loro con un gran fosso, perché nessuno potesse fuggire. Si combatté dall’ora terza alla nona. La vittoria fu tuttavia dei Lombardi. Molti gli uccisi d'ambo le parti; parecchi i nobili imperiali prigionieri.

E’ una narrazione più distesa della precedente e non discordante. Essendo di parte tedesca attenua la sconfitta colla stanchezza dell'esercito, il coraggio e l'orgoglio dell'imperatore. Aggiunge due particolari importanti: la durata del combattimento dalle otto-nove del mattino alle tre del pomeriggio e il fossato che circonda l'esercito. Ovviamente deve essere un fossato naturale e non possiamo pensare che a una delle scarpate che fiancheggiano l'Olona, adatta a proteggere da tergo l'esercito lombardo.

La relazione di Romoaldo da Salerno diverge in un punto, affermando erroneamente che l'imperatore si dirigeva non verso Pavia, ma verso Milano per devastarne le campagne, aggiunge un particolare accettabile, che lo scontro iniziale sia avvenuto all'uscita da un bosco, e un altro prezioso.

L'imperatore, vedendo che i cavalieri lombardi erano fuggiti, credette di poter vincere facilmente la massa dei fanti rimasti, e raggruppata la sua cavalleria, voleva irrompere su di loro, ma quelli, opposti gli .scudi e protese le aste, cominciarono a resistere alla furia nemica. La seconda fase della battaglia è essenzialmente uno scontro tra cavalieri tedeschi e i fanti milanesi che sarebbero anch'essi fuggiti, potendolo, mafugere non valentes, nell'impossibilità di fuggire si danno a una difesa disperata con un dispositivo tattico che ricorda l'antica falange macedone. Finché gli stessi fuggiaschi, incontrate per via le truppe fresche in arrivo da Milano, rivoltano i cavalli, tornano al Carroccio e attaccano violentemente e di sorpresa il nemico volgendolo in fuga verso il Ticino.

Sulla difesa ravvicinata del Carroccio insiste nel suo resoconto poetico Goffredo da Viterbo, cappellaio dell'imperatore. Questi lanciatosi contro i nemici, ne trapassa due schiere, I ne abbatte una terza, ne pone in fuga una quarta; I la quinta era più robusta e terribile.

Il racconto della battaglia inserito dal cardinal Bosone nella Vita di Alessandro III, pur con alcune incertezze sulla data e con l’aggiunta di coloriture retoriche, riferisce alcune cifre di notevole interesse.

" ... i Milanesi, saputo della rapida avanzata del nemico, non attesero le altre città, ma uscirono da Milano col Carroccio il primo sabato di giugno assieme ai Piacentini e ai cavalieri scelti di Verona, Brescia, Novara, Vercelli, e giunsero in massa in un luogo a loro adatto tra Barrano e Brixiano, quasi l'ora terza, a quindici miglia dalla Città. Allora mandarono avanti settecento cavalieri armati verso Como per sapere da che parte arrivasse il fortissimo avversario. Dopo tre miglia si scontrarono con trecento cavalieri tedeschi, che erano seguiti a breve distanza da Federico e da tutto il suo esercito pronto alla lotta... Ma quando le truppe più numerose dell'imperatore giunsero, i cavalieri lombardi a malincuore volsero le spalle, volendo ripararsi attorno al Carroccio dei Milanesi. Non riuscirono però a fermarsi lì davanti agli inseguitori, ma colla massa degli altri fuggiaschi furono costretti a scappare per mezzo miglio oltre il Carroccio. Allora la parte scelta dei combattenti milanesi che sull'ultima linea resisteva come un muro impenetrabile, fatta una preghiera a Dio, al suo apostolo Pietro e Paolo e al Beato Ambrogio, affrontò fiduciosamente a bandiere spiegate con gran valore Federico. Al primo scontro il vessillifero di Federico cadde a terra trafitto e vi rimase ucciso dagli zoccoli del cavallo. Lo stesso imperatore, quando apparve in mezzo agli altri ben distinguibile dal fulgore delle armi, colpito fortemente dai Lombardi, cadde da sella e sparì dagli occhi di tutti. All'impeto dei Lombardi tutto il corpo dei Tedeschi, volto in fuga, scappò per otto miglia col terrore della morte... ".

I toponimi Barrano e Brixiano sono evidenti storpiature operate dai copisti incapaci di decifrare nomi a loro sconosciuti. Potrebbero rappresentare, Borsano e Busto Arsizio, o Legnano e Borsano, ma fortunatamente sono seguiti dal numero "quindici miglia", la distanza esatta tra Milano e Legnano, a cui si addice senz'altro la definizione di congruum sibi locum, località adatta e opportuna al loro scopo, quale ingresso nel territorio milanese e passaggio obbligato per il Barbarossa, di cui si ignoravano le intenzioni, qualora avesse deciso di attaccare direttamente la metropoli lombarda. Altre cifre importanti riguardano i settecento cavalieri mandati in esplorazione, i quali percorrono tre miglia, l'esatta distanza tra il punto oltre Borsano e il Carroccio rimasto presso Legnano. Ovviamente le tre miglia sono ripercorse dai settecento cavalieri, incalzati alle spalle dai Tedeschi, per riunirsi al Carroccio. Difficilmente credibile è la successiva indicazione, secondo 1a quale i fuggiaschi si sarebbero fermati a mezzo miglio dal Carroccio. Avrebbero dunque assistito per diverse ore alla lotta fierissima dei compagni senza intervenire? Altre fonti dicono invece che alcuni fuggiaschi giunsero addirittura a Milano oppure che incontrarono per via le altre truppe in marcia verso Legnano. Il che spiega molto bene l'intervallo di tempo, in cui l'imperatore sfonda quattro linee difensive, ma non la quinta perché l'improvviso intervento delle nuove truppe lombarde capovolge la situazione. Manca ogni accenno all'azione particolare dei fanti milanesi, impossibilitati a fuggire e quindi decisi a vender cara la pelle, fatto rilevante perché nel Medioevo ha sempre prevalso la cavalleria sul campo di battaglia e qui per la prima volta la fanteria ha un ruolo primario, anche se la risoluzione definitiva del combattimento si deve al ritorno dei cavalieri lombardi.

E Alberto da Giussano colla Compagnia della Morte? Nessuna traccia di questi nomi si trova nelle cronache del secolo XII; nessun contemporaneo ne parla. Bisogna giungere verso la metà del secolo XIV per riscontrarli negli scritti di Galvano Flamma o Fiamma, uno scrittore che mescola confusamente dati di fatto e leggende o dicerie popolari. Nel suo Manipulusflorum egli riempie le pagine dedicate al nostro tema con frasi retoriche (si preparano i cavalli, si aumenta il numero dei soldati, si fabbricano elmi, strepitano le armi, i colpi delle spade fanno tremare la terra, ecc.); descrive il corteo delle contrade colle variopinte bandiere; indugia su episodi secondari, come il duello di Ottone Visconti con un Saraceno, ma della battaglia dice solo quanto avrebbe riferito il prete Leone nella sua Cronica, il quale stando a Milano vide levarsi tre colombe che andarono a posarsi sull'antenna del Carroccio, distante ventisei chilometri. L'imperatore nel bel mezzo della battaglia, le vede e prosternitur viene abbattuto (in altri libri dice perterritus aufugit, atterrito fuggi, oppure in fugam conversus abiit, si volse in fuga). Nella Cronica de antiquitatibus civitatis Mediolanensis sempre secondo il prete Leone, il fatto avvenne tra il borgo di Legnano e Dairago. Nella marcia di avvicinamento Alberto da Giussano custodisce il vessillo del Comune, retto dai fratelli Ottone e Raniero, due giganti che stanno sempre al suo fianco (un tocco da chanson de geste). Le cose si ripetono e si complicano nel Chronicon Maius, dove le battaglie diventano due. Nel 1176 il Barbarossa riprende la guerra e i Milanesi per prepararsi allestiscono tre compagnie militari. La prima detta della Morte è formata da novecento cavalieri, capitanati da Alberto da Giussano, col vessillo del Comune; sono stipendiati, dotati d'un anello aureo ciascuno, legati da giuramento. La seconda è di trecento popolani per la difesa ravvicinata del Carroccio. La terza si compone di trecento carri falcati montati da dieci robusti giovani, che spingendo i cavalli al galoppo e tenendo le falci come i remi d'una barca, uccidono e feriscono. La battaglia del 1176 (prelium campestre) avviene presso il borgo di Carate. L'anno dopo sempre secundum Cronicam Leonis l'imperatore si trovò tra Legnano e Dairago il 29 maggio 1177. Accesasi la battaglia, arrivano le tre colombe, si posano sull'antenna del Carroccio, Federico le vede e fugge.

L'inconsistenza e la confusione del Fiamma è palese. Attinge le notizie dalla Cronica di Leone, che è più attento alle leggende che ai fatti reali. Le cronache più antiche e contemporanee al fatto dicevano che i Tedeschi erano accampati a Cairate la notte prima della battaglia. L'alterazione del nome Cairate in Carate, sposta il fatto d'arme di una quarantina di chilometri rendendo ingiustificato il nome stesso di battaglia di Legnano. Perciò si inventa una battaglia di Carate nel 1176 e si sposta al 1177 quella vera di Legnano.

Quanto alle tre compagnie diciamo subito che la terza coi tremila carristi scorrazzanti sul campo di battaglia segando teste e braccia, non è credibile. 1 cronisti contemporanei avrebbero registrato un fatto così straordinario. Credibile invece è la seconda perché il Carroccio fu veramente circondato e difeso dalla fanteria che procedeva a piedi. La Compagnia della Morte non è avvantaggiata dal fatto di essere nominata soltanto da Galvano Flamma e i suoi posteri.

Riassumendo i dati sicuri sono i seguenti. I Milanesi, prima di riunire tutti gli alleati, si avviano risalendo per ventisei chilometri il corso dell'Olona e fermano il Carroccio nei pressi di Legnano sul ciglio di una scarpata, che protegge almeno da un lato il loro veicolo di guerra. Pensano che Federico, forse ancora lontano, voglia appoggiarsi sull'amico conte del Seprio e scendendo la valle dell'Olona si diriga su Milano. Legnano è la porta d'ingresso del loro territorio, il punto strategico da difendere a qualunque costo.

Dal Carroccio si staccano settecento cavalieri in funzione di esploratori. Percorso circa cinque chilometri, oltre Borsano, incontrano l'avanguardia nemica composta da trecento cavalieri. Superiori di numero i Milanesi attaccano il nemico e lo distruggerebbero, se non sopraggiungesse il Barbarossa col grosso. 1 nostri ripiegano verso il Carroccio per resistere cogli altri, ma l'impeto terribile della cavalleria nemica è tale da spingere alla fuga tutti quelli che, a cavallo, possono fuggire. Restano i non valentes fugere, i fanti con pochi cavalieri più coraggiosi. La resistenza è fatta da più linee di uomini che oppongono le punte delle lance sporgenti tra scudo e scudo. Diverse linee vengono sfondate una dopo l'altra con cariche successive della cavalleria, ognuna delle quali consuma un certo tempo. In tal modo i fuggiaschi, uniti alle nuove truppe in arrivo da Milano, ritornano sui loro passi e improvvisamente, forse da tergo, attaccano il nemico, che non potendo ritirarsi verso il luogo di partenza, corre verso la meta del viaggio, Pavia al di là del Ticino. La fuga si protrae per circa quattordici chilometri, passando probabilmente per Dairago verso Turbigo. Le acque del Ticino invece della salvezza offrono agli sconfitti la morte o la prigionia.

Vorremmo essere in grado di precisare anche il punto dove era collocato il Carroccio. Se il grande fossato citato da un antico cronista è la scarpata che scende verso l'Olona, possiamo indicare solo una linea. Il punto potrebbe essere o prima o dopo Legnano. La costa di S. Giorgio? San Martino? Mancano argomenti sicuri a favore dell'una o dell'altro.



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