IL DIALETTO LEGNANESE
di Augusto Marinoni
(Dalla prefazione al "Vocabolario del dialetto legnanese", a cura di Giorgio D'Ilario, Legnano 1991).
Ai tempi della mia fanciullezza sentivo attorno a me da mattina a sera
risuonare la nostra favella, da tutti ritenuta "brutta" ma inevitabile
nelle conversazioni normali di modesto contenuto culturale. L'italiano
stava nei giornali, nei libri stampati e piuttosto malconcio nelle
rare lettere che si scrivevano a persone lontane, non tanto perché
i destinatari non capivano il dialetto, quanto perchè nessuno
sapeva come scriverlo (ancor oggi, quanti lo sanno o lo saprebbero?).
Lo stesso dialetto non era uguale per tutti. Nell'ambiente contadino il
"tetto" e il "letto" si dicevano teciu, leciu
ma al plurale tici e lici.
Al centro del borgo invece si pronunciavano tec e let.
Poche famiglie distinte usavano per una loro tradizione più
signorile, il milanese. E quando un legnanese doveva usare l'italiano
parlando con un forestiero o leggendo un testo ad alta voce, immetteva
nell'italiano i suoni più cupi del dialetto come quelle
a oscure che in questo libro sono indicate con un circoletto sopra
la vocale.
Mia madre
mi ricordava le prediche del prevosto Gianni in S. Magno (fine
Ottocento) quando diceva citando la Bibbia: "Sia fatta la lùce
e la luce fù" (colle ù lombarde).
Oggi io sento ragazzi e ragazze che parlano un fluido italiano
senza inflessioni dialettali (salvo quelle comuni a tutti i lombardi,
come bene colla e; chiusa e tre colla e aperta).
E' l'effetto di una rivoluzione e di un progresso culturale dovuto
a una più lunga frequentazione scolastica, letture più
frequenti e soprattutto, direi, per la prese nza assidua in ogni
famiglia di un personaggio nuovo che e il televisore.
Tanto il
teatro dialettale di Musazzi come il recente vocabolario del dialetto
legnanese a cura di Giorgio D’Ilario, non intendono dunque insegnare
un linguaggio ormai sconosciuto o rifiutato da quasi tutti. Vogliono
essere un omaggio alla nostra storia registrando un certo numero
di parole, alcune delle quali sono scomparse anche dalla memoria.
Per esempio il termine rasciùm per dire "arcobaleno"
e sparito dalla circolazione ancor prima degli anni Cinquanta,
quando mori l'ultima donna che lo sapeva (e ancora vivo forse
nel Canton Ticino).
So bene che esiste un movimento di opinione che vorrebbe "salvare"
il dialetto come si cerca di salvare qualche pianta o animale
in via di estinzione. Ma per salvare una pianta o una bestia è
sufficiente ricreare un certo ambiente naturale, dove per esempio
un orso potrebbe continuare a vivere come per millenni sono vissuti
i suoi antenati, invece per salvare il dialetto bisognerebbe retrocedere
al livello cultura le dei contadini legnanesi dell'Ottocento.
Una lingua
e il riflesso di una cultura e richiede che tutti i membri di
una comunità la conoscano e la parlino.
In certi luoghi si tenta di insegnare il dialetto locale ai bambini
delle scuole elementari allo scopo di tener vive le radici culturali
del paese. A parte la difficoltà di trovare insegnanti
esperti evitando che una maestrina calabrese pretenda di insegnare
che dire? il bustocco ai figli dei sardi o dei veneti immigrati,
resta il fatto che in città come la nostra i cui abitanti
sono giunti da ogni regione d'Italia, è assurdo che un
oriundo napoletano debba cercare le proprie radici nel dialetto
di Legnano.
Ci sono correnti
politiche che pur di frantumare l'unità nazionale, propongono
di sostituire l'italiano col dialetto regionale prima di sceglierne
uno fra la miriade di dialetti spesso fra loro incomprensibili.
(Mi dicono che a Dairago la segnaletica stradale presenti
un Dairag quando si sa che in dialetto il paese si chiama Daiagu.
E' ovvio
riconoscere che in tutta Italia la situazione linguistica è
diversa da quella di Legnano e di tante altre città, ma
il dialetto e sempre un'isola priva di comunicazione col resto
della Nazione.
E interessante
ricordare la presenza di un sostrato ligure nei dialetti attorno
a Legnano e Busto Arsizio. Non si tratta di contatti fra i nostri
paesi e quelli affacciati sul mar Ligure.
I fatti risalgono alla preistoria, quando le terre dal Rodano
alla vai Camonica erano abitate da tribù liguri.
Il loro linguaggio nella seconda metà del primo millennio
a. C. fu trasformato prima dalla dominazione gallica, che non
penetrò dappertutto in egual misura, poi da quella più
profonda e decisiva dei Romani.
I Liguri più tenaci rifugiati sui monti che presero il
nome di Liguria, conservarono certe loro caratteristiche culturali.
Io credo che l'influsso dei Galli abbia diffuso una tendenza a
contrarre le parole latine, quando anch'essi si convinsero ad
abbandonare la propria lingua e adottare quella dei dominatori
Romani. Allora molte parole perdettero gradatamente le vocali
non accentate (a Bologna "hospitale" si è ridotto
a sbdel).
Chi abitava sui monti della Liguria non avendo subito una celtizzazione
profonda si sottrasse, almeno in parte, a quella tendenza e così
avvenne per una tribù incu neata lungo l'Olona tra la brughiera
a Ovest e i boschi a Est verso Tradate-Saronno.
Perciò parole come lectu, lacte all'interno
di quella zona divennero leciu e laci, all'esterno
invece lec' e lac' (e così tantissime altre
parole).
La presenza di una vocale, e quindi di una sillaba in più
imprime un ritmo diverso alla parlata.
Un altro
fenomeno comune coi Liguri riguarda l'indebolimento e il dileguo
di r tra due vocali. Esso non riguarda Legnano e la sua
pieve ma soltanto le pievi di Busto Arsizio e Dairago. Di qui
il contrasto Urona: Uona, dur: dùu,
ecc.
Confrontato
col milanese il dialetto di Legnano rivela affinità ma
anche differenze profonde.
La più importante è che essi rappresentano culture
diverse.
Cittadino e signorile il milanese, più povero e contadino
il legnanese.
Il primo si avvale anche di una tradizione letteraria e poetica,
che a Legnano è sempre mancata, se si esclude qualche nostro
contemporaneo. Ma la tradizione dei Maggi, Porta, Tessa ecc. ha
un debito enorme colla letteratura italiana.
Ne La nomina
del Cappellan la Marchesa dice:
Avria suppost, che essendo Sacerdott Avesser un pò più
d'educazion...
Un popolano
non avrebbe mai usato "essendo", "suppost", "Sacerdott"
che vengono dalla lingua italiana.
Così dicasi della metrica che il Porta ha preso dalla letteratura
nazionale e via dicendo.
I Legnanesi
fino al secolo scorso erano contadini e artigiani analfabeti.
Il lessico si riferiva alla vita familiare e a quella dei lavori
agricoli, con una sintassi elementare.
Una particolare attenzione va data ai suoni nasali, che spiccano
nel milanese. In parole come be, bn (bene, buono)
a Milano la consonante n non viene pronunciata, ma la vocale
precedente ha una forte risonanza nasale.
A Legnano invece bene si dice ben con n chiaramente
articolata, buono si rinforza addirittura in m,
bum. Solo la vocale più aperta a (per esempio
pan, "pane") permette di tacere n mentre
la a ha una debole nasalizzazione (ma io ricordo di aver
sentito anche p an).
Non dovrei
però insistere troppo sulla società contadina in
cui si formò e visse il dialetto legnanese, perché la rivoluzione
industriale già dal secolo scorso ha allontanato sempre
più gli uomini dalla terra rinchiudendoli nelle fabbriche.
La casa contadina coll'abitazione in procinto della strada e le
stalle coi fienili in fondo alla corte è stata sostituita
da una specie di alveare a diversi piani colle stanze tutte uguali
collegate dal ballatolo (ringhiera o in legnanese ca da ringhera)
come passaggio obbligato verso l'unica scala.
Questo ambiente più popoloso, con difficili problemi di
affiatamento e convivenza, è stato stupendamente rappresentato
dal Teatro dei "Legnanesi" di Musazzi.
lì "suono" del nostro dialetto vi risonava in modo perfetto.
Probabilmente passando dal mondo contadino a quello operaio nei
primi decenni di questo secolo il ritmo sarà diventato
un pò più rapido, ma non più amabile o più
leggiadro.
Credo che quella gente non trovasse il tempo per contemplare le
cose belle o un paesaggio (solo nelle giornate di vento e sgombre
di nubi si vede da lontano il massiccio ghiacciato del Rosa) o
di lasciare il paese per visitar hi più gradevoli.
Il teatro dei "Legnanesi" risuonava di litigi, di proteste, di
lamentele o di rabbia per le fatiche di un lavoro strenuo e scarsamente
rimunerato.
Oggi la società opulenta ha collocato nelle lontane memorie
quel modo di esistere e contemporaneamente ha decretato la morte
del dialetto.